ERA PASSATO – ROMANZO BREVE

Poi lui le disse che nei mesi in cui non si erano visti, era stato con un’altra, che ci aveva fatto l’amore varie volte ed era stato anche bello.
Nell’ascoltare quelle parole, le parve di non avvertire nulla. Anzi, avvertì curiosità e anche un brivido di eccitazione. Era quasi felice, che si fosse confidato, lui che non le raccontava mai nulla della sua vita privata.
Davanti a lui sorrise divertita.
Si credeva divertita.
Avrebbe voluto conoscere tutti i dettagli. Chi era quella donna? Dove l’aveva conosciuta? L’aveva cercata lui o lei? Era bella? Era giovane? Era sexy?
Non ebbe il coraggio di porre quelle domande, tanto sapeva che lui non le avrebbe risposto sinceramente.
Adesso stava con lei, sembrava tutto come prima. Avevano sempre una perfetta sintonia, ma non stavano insieme. Non si erano mai detti “ti amo” e non si erano mai fatti alcuna promessa.
Eppure erano insieme.
Era bastato che lei partisse per poche settimane, che a causa di uno stupido litigio per il quale non si erano sentiti, lui andasse a letto con un’altra?
Lo bacio’ sulla bocca prima di andarsene.
Era stata una bella serata, senza vuoti, senza noia, come sempre tra loro
Passarono circa trenta minuti, il tempo di rientrare a casa, di mettere a bollire l’acqua per il the’, il tempo di lasciar sbollire l’emozione di averlo visto, che il pensiero di lui con un’ altra, a letto, divenne una forma consistente nella sua testa. Non era una puntata di Grey’s Anathomy.
Non era una barzelletta che lui le aveva raccontato.
Le aveva detto che era stato con un’altra, e gli era anche piaciuto.
Non importava neanche più il fatto in sé, ma l’orrore che adesso si andava formando nel suo cervello , nel suo cuore, nella sua anima, era il modo in cui glielo aveva detto. Come se fosse un avvenimento come un altro, che a lei non avrebbe dovuto infastidire, perché tanto non stavano insieme, che male c’era?
Giulia guardo’ il bollitore del the’ che fischiava, con l’acqua bollente che diventava fumo bianco.
Resto’ immobile.
Guardò il filo di fumo, senti’ il tetro fischio.
Era il fischio della fine.
E non se ne era neanche accorta mentre era con lui quella sera.
Si credeva felice come sempre e invece non lo amava più.
Non lo amava più.
Per fortuna era passato.

Miriam Messina

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MARTA E CLAUDIO – ROMANZO BREVE

Marta e Claudio si amano molto.
Si amano da circa due anni di un amore vero e forte, uno di quegli amori che capitano una volta nella vita.
Marta e Claudio non possono stare insieme, perché non sono liberi e non sono quel tipo di persone che buttano tutto all’aria, facendo soffrire altre persone, per realizzare la loro felicità.
Marta, 5 anni fa, ebbe un esaurimento nervoso, a causa di un aborto, e ha trascorso circa 3 anni a letto, imbottita di farmaci che la rendevano insopportabile, ha tentato più volte il suicidio e soltanto il marito le è stato vicino, nessun altro, l’avevano abbandonata tutti.
Quando due anni fa Marta è finalmente guarita , ha promesso al marito che avrebbe fatto di tutto per renderlo felice e dimenticare quei terribili anni vissuti insieme. Il marito ama molto Marta e farebbe qualsiasi cosa per lei.
La compagna di Claudio 8 anni fa è restata incinta, era grande la loro felicità, fin quando, al quinto mese, hanno scoperto che il bambino non avrebbe potuto vivere una vita normale, a causa di una malformazione che lo avrebbe reso invalido sin dalla nascita.
La compagna di Claudio ha vissuto dei momenti terribili e aveva deciso di interrompere la gravidanza, perché non se la sentiva di mettere al mondo un bimbo con così gravi problematiche. Claudio fece di tutto per convincerla a continuare la gravidanza, dicendo che non potevano uccidere il frutto del loro amore e che non l’avrebbe lasciata mai sola, nel difficile compito di tirare su’ e accudire il loro bambino, per sempre.
Marta e Claudio si sono incontrati in un giorno di febbraio, era il 17, la festa del gatto.
Si sono piaciuti subito, ma si piacevano già, perché si conoscevano di vista da sempre, anche se non si erano mai rivolti la parola.
Come descrivere il loro amore?
Nacque cosi naturalmente, così splendente, che non poteva mai essere una cosa sbagliata.
Quando due anime gemelle si incontrano, non c’è da farsi troppe domande, bisogna soltanto stare insieme e mollare tutto il resto.
Per loro non era possibile mollare tutto.
Immaginavano ogni giorno, come sarebbe stato bello, pranzare insieme, fare la spesa insieme, andare al ristorante, in viaggio, fare delle lunghe passeggiate, organizzare cene con gli amici e ridere , baciarsi, progettare il futuro, fare l’amore, litigare, fare pace e dormire insieme nella pace dell’amore vero.
La loro felicità avrebbe distrutto le persone che avevano a fianco e non si sarebbero goduti niente, niente…
Un pomeriggio, al telefono, Claudio le ricordò di quella volta in cui lui, 10 anni prima, era entrato nell’ufficio in cui lei lavorava, perché aveva un appuntamento con un suo collega.
Anche Marta ricordava perfettamente quel giorno.
Era seduta alla sua scrivania e indossava uno dei suoi completi classici, che la facevano sentire così professionale e ordinata. I lunghi capelli sciolti sulle spalle, il sorriso sempre pronto. Lo vide entrare dalla porta a vetri, che bel ragazzo che era, chissà che ci faceva li? Si avvicinò alla scrivania, e con un sorriso dolcissimo, chiese di poter parlare con quel fanatico del suo collega.
Marta guardò Claudio e per un momento non seppe cosa rispondere, dentro di lei era convinta che quel ragazzo era entrato per lei, ma non era cosi.
Lui entrò nell’ufficio del suo collega e si trattenne una ventina di minuti.
Marta pensò che quando fosse uscito, gli avrebbe chiesto di cosa avessero parlato, così lo avrebbe conosciuto meglio, le era sempre piaciuto quel ragazzo, ma non aveva mai avuto occasione di incontrarlo.
Claudio poi le confidò che anche lui aveva pensato di invitarla a prendere un caffè, quando fosse uscito dall’ufficio del collega.
Invece il destino aveva deciso diversamente.
Squillo’ il telefono di Marta, era l’agenzia di Londra, per un ordine importante, una telefonata troppo urgente, a cui dovette dedicare la massima attenzione.
Quando Claudio ripasso’ davanti alla scrivania, era distratta, lui la salutò con un bacio soffiato sulla mano, lei con un sorriso.
Poi la vita andò avanti, come sempre impietosa e veloce, e non ci pensarono più.
Che pena nel cuore a pensarci oggi.
Se non fosse squillato il telefono, adesso magari erano insieme, sposati, con i loro figli e la loro casa.
Erano sicuri che sarebbe stato un bel matrimonio, non logorato dallo scorrere del tempo, non offuscato dai piccoli o grandi problemi quotidiani.
Una sera d’inverno, si videro al posto dove si erano parlati quel giorno del primo incontro, il giorno della festa del gatto.
Mentre si baciavano, Marta avvertì un fruscio vicino alla gamba e scorse un gatto rosso che si strofinava e faceva le fusa ai loro piedi.
Lo carezzarono insieme. Aveva un collarino verde, a cui attaccato c’era una pallina di vetro, in cui si vedeva un bigliettino.
Marta aprì la pallina ed estrasse il foglio.
Lesse ciò che vi era scritto a mente e poi lo fece leggere a Claudio, che a voce alta disse: “esprimi un desiderio”.
Si guardarono. Sorrisero. Loro due si sorridevano sempre quando si guardavano, ma stavolta il sorriso era diverso, era di una complicità e di un’intensita’, che a scrivere non si può spiegare.
Marta disse con voce ferma e sicura: “vogliamo tornare a dieci anni fa”.
D’improvviso arrivò un temporale violentissimo, acqua a secchiate addosso, vento, raffiche fortissime, sembrava un uragano.
Marta e Claudio persero conoscenza, come fossero annegati o volati via nel vortice del temporale.
Quando Marta aprì gli occhi era nel suo letto, nella sua cameretta, a casa dei suoi genitori.
Sua mamma la stava chiamando dalla cucina per il caffè. Mamma era ancora viva.
Corse in cucina, era tutto come allora, la mamma era di spalle, coi suoi cari vestiti, che aveva dimenticato, ma che adesso erano così familiari. La chiamò: “mamma…”
Che cara parola, che bel suono da pronunciare ad alta voce. La abbraccio’ forte e da quel giorno la abbraccio’ spessissimo.
Era tornata a 10 anni fa, con la memoria di adesso. Sapeva cosa era accaduto e non era un sogno, perché la vita procedeva normale e ordinaria.
Sapeva che era accaduta una magia.
Non voleva fare passi falsi.
Non poteva andare a cercare Claudio dove viveva 10 anni fa, c’era il rischio che l’incantesimo si rompesse.
Doveva aspettare il giorno dell’ufficio, ma non ricordava qual era.
Finalmente una mattina lo vide apparire dalla porta a vetri.
Era tutto esattamente come 10 anni prima.
Claudio si avvicinò alla scrivania e lei si chiese se anche lui avesse la memoria di oggi.
Evidentemente no, perché lui le chiese di parlare col suo collega fanatico.
Mentre Claudio era in ufficio, Marta capì che lui non ricordava nulla di loro e doveva decidere lei da sola se cambiare il destino oppure no.
Squillo’ il telefono. Era Londra. Parlò dell’ordine. Si aprì la porta dell’ufficio del collega, da cui uscì Claudio, che la salutò con un bacio soffiato sulla mano.
Marta posò la cornetta del telefono sulla scrivania, mentre era ancora in corso la conversazione, si alzò in piedi e guardo’ Claudio. Anche lui la guardò, per un attimo che sembrava non dovesse smettere mai.
Le disse: “Quando finisce il turno le piacerebbe prendere un caffè con me?”
Fu il primo caffè della loro meravigliosa storia d’amore, da cui nacquero 2 bambini stupendi e sani, cresciuti in un clima di gioia e purezza infinite.
La vita spesso è dura con noi, ma se sapremo credere alla magia e sapremo essere onesti e attendere, senza fare del male a nessuno, arriverà un segno, un’occasione, che dovremo cogliere, per poter essere felici .

– Miriam Messina

L’ESTRANEO

Quando ci innamoriamo, sentiamo l’esigenza di raccontare anche i più piccoli episodi dell’infanzia, consegniamo la nostra parte di vita già vissuta nelle mani dell’altro, e incosciamente gli affidiamo il futuro, perché crediamo che la nostra intera vita abbia un senso in funzione di quell’amore.
Tutto ci commuove e ci appare sotto una luce emotiva.
Si dovrebbe però stare attenti a notare atteggiamenti simili dall’altra parte, prima di consegnare passato, presente e futuro nelle mani di un estraneo.

– Miriam Messina

IL PIU’ POTENTE AMORE

Sara guardava le foto
del passato
dell’uomo che amava 
e rifletteva.
Era incredibile come
gli apparisse estraneo,
lontano,
in quelle foto.
Era un altro uomo.
Sempre bello,
ma non suo.
Quando viveva
in una dimensione diversa
in cui lei ancora non c’era.

Come era possibile
che invece adesso
sembrava fosse talmente suo,
talmente affine,
da non poter credere
che ci fosse stato davvero
un tempo in cui
non si vivevano,
non si toccavano.

Sara guardava le foto
e rifletteva.
Non aveva capito niente
fino a quel momento.
Il più potente amore
non lega le persone
dalla nascita alla morte,
ma le lega in tempi magici
separati da spazi temporali.
Una persona non è mai
totalmente tua
perché appartiene soltanto
alla sua stessa esistenza.
Una persona è tua soltanto
nel tempo che vi è
concesso dall’universo
ed è l’universo
che dirige l’orchestra.
A noi tocca soltanto
danzare nella musica
che ci concede.

Il più potente amore
è tollerante
degli spazi che
l’universo regala
e non invade mai,
non pretende mai
eppure è il più
splendente di tutti
gli amori del mondo.

– Miriam Messina

IL GATTO ROSSO

Ero da sempre allergica ai gatti, o così credevo, perché quando ne vedevo uno, avvertivo sempre una sensazione di malessere, anche se in realtà non starnutivo e non  avevo pruriti, né le sensazioni tipiche che avverte una persona allergica. Eppure ogni volta che ne entrava uno nel mio campo visivo, percepivo un forte malessere. Una volta fui costretta a chiudere una relazione, perché il mio fidanzato era letteralmente innamorato della sua gattina Fuffy, la trattava come una figlia, o forse come una fidanzata, o comunque come una persona che ama il suo animale e non riesce assolutamente ad immaginare che ci sia qualcuno che non provi lo stesso sentimento, tantomeno la sua ragazza. Così la storia ovviamente finì.   Quel giorno incrociai un gatto rosso sulle scale che portavano a casa di mio padre. Affrettai il passo e aprii il portone. Stavo pensando seriamente di tornare a vivere con lui, perché da quando era morta mia madre, due anni prima, era sempre troppo triste e demoralizzato. Entrai nel salone, le tapparelle erano chiuse, nonostante fuori ci fosse un bel sole. Mio padre Ettore era seduto sul divano con lo sguardo perso nel vuoto e in mano l’album del viaggio di nozze. Mi sedetti accanto a lui e mi prese la mano, senza parlare. “Martina, io  non riesco a dimenticarla, come devo fare?” “Papà non puoi continuare a vivere nel ricordo, sei giovane, devi guardare avanti”. Mi rispose: “Stanotte ho sognato che era ancora qui con noi e stava preparando il pranzo della domenica e tu la aiutavi con quell’orribile  grembiule rosa che indossavi  sempre quando vivevi qui”. In quel momento decisi che dovevo assolutamente tornare a vivere con lui, non potevo lasciarlo solo con i suoi ricordi, anche se il mio appartamento era a cinque minuti dal lavoro e tornando in quella casa, avrei dovuto percorrere 40 minuti di automobile ogni mattina e ogni sera. Mentre stavo per comunicargli la mia decisione, il gatto rosso fece capolino dalla finestra, che avevo lasciato socchiusa. Con uno scatto mi alzai dal divano e lo cacciai immediatamente fuori. Mio padre restò indifferente a tutta la manovra e cominciai a pensare seriamente che stesse entrando in una vera e propria depressione. Mentre riflettevo su  tutte queste cose, entrai nella stanza matrimoniale dei miei genitori e cominciai a rifare il letto e a sistemare i vestiti che mio padre aveva lasciato in giro. Quando aprii l’armadio mi sembrò di sentire come sempre ancora il profumo di mia madre. Quel giorno mi sentivo particolarmente triste e avrei avuto tanto bisogno del suo conforto, allora presi il suo cappotto grigio chiaro, lo avevamo acquistato insieme. Lo indossai. Mi sentii immediatamente meglio, come se mi stesse abbracciando. Chiusi gli occhi e per un breve istante percepii che era lì nella stanza, vicina  a me, come sempre. Infilai le mani nelle tasche del cappotto e a un certo punto toccai qualcosa. Era un quadernetto. Lo aprii e notai che era un diario. Che emozione. Non sapevo che mia madre tenesse un diario. Decisi di non farlo vedere a mio padre, per adesso, e di leggerlo poi con calma. Pranzammo insieme, quasi in silenzio e poi lui disse che voleva fare un riposino. Mi accoccolai allora sulla poltrona di mia madre, dove lei stava ore e ore a divorare i suoi romanzi di Liala. Tirai fuori il quadernetto e cominciai a leggere. Mia madre lo aveva cominciato a scrivere quando aveva scoperto di essere malata. Erano tutte lettere per me e mio padre. “Ciao Ettore, lo so che in questo momento ti sentirai triste e solo perché non sono più accanto a te, ma ricordati che nostra figlia ha bisogno che tu sia sereno, per poter continuare la sua vita e non avere il cuore doppiamente affranto. So che sei un uomo forte e che ce la potrai fare anche senza di me al tuo fianco.” Erano diverse lettere, alternate, una per me e una per lui. “Ciao Martina, sei sempre stata una ragazza forte e matura, io non pretendo nulla da te, desidero soltanto che tu vada avanti nella tua vita senza avvertire un buco nero ogni volta che penserai a me. Non voglio che tu creda che la vita ti abbia tolto qualcosa, purtroppo è andata così e noi non possiamo farci niente. Dio solo sa quanto avrei voluto vederti realizzata in una tua famiglia e tenere tra le braccia un figlio tuo. Io ci sarò in quei momenti, sarò la tua forza e il tuo angelo custode, figlia mia.” Erano delle lettere meravigliose che mi diedero tanta forza, e non vedevo l’ora che mio padre si risvegliasse dal suo pisolino per fargliele leggere.  Quel pomeriggio ne leggemmo un bel po’, commuovendoci spesso,  e poi proposi di uscire a fare due passi insieme, ma lui rifiutò, anche se tentai in tutti i modi di convincerlo.  A quel punto decisi di uscire da sola a fare due passi. Amavo passeggiare per il quartiere in cui avevo trascorso la mia infanzia e la mia adolescenza. Avevo sempre sofferto il fatto di essere figlia unica, e adesso più che mai, avrei desiderato tanto avere un fratello o una sorella a cui appoggiarmi, con cui semplicemente potermi confidare. Arrivai davanti alla pasticceria e pensai di comprare dei dolci da mangiare con mio padre. Presi i suoi preferiti, quelli alla crema di caffè, sperando che li avrebbe graditi, visto che stava dimagrendo a vista d’occhio. Tornando a casa col pacchetto dei pasticcini, mi feci mentalmente il programma di tutti gli impegni che avevo per l’indomani. Mi aspettava una lunga giornata di lavoro, ma non mi era mai pesato, perché amavo il mio mestiere. Ero parrucchiera in uno dei saloni più importanti della città, e anche se restavo in piedi per ore e ore, a contatto con clienti spesso esigenti e petulanti, non era mai stato faticoso, proprio perché era un lavoro che avevo scelto io. Da piccola facevo acconciature a mia madre e alle mie amiche e tagliavo i capelli a tutte le bambole. Quella sera mio padre assaggiò soltanto un pasticcino, con l’espressione sempre più assente. Il giorno dopo mi sarei messa in contatto con uno specialista per fargli avere un colloquio, non potevamo continuare così.  Quella notte feci un incubo, forse perché non avevo digerito i dolci di cui mi ero praticamente ingozzata. Ero con mia madre che aveva il pancione, come se aspettasse un bambino, e teneva in braccio un gatto bianco. Io mi avvicinai al gatto per accarezzarlo e all’improvviso mia madre urlò talmente forte che mi risvegliai in un bagno di sudore. Che strano sogno. Mia madre incinta. Non ci pensai più e cercai di riaddormentarmi. Trascorse una settimana molto dura, non solo perché ci avvicinavamo alle vacanze di Natale e il lavoro in salone era raddoppiato, ma anche per stare dietro a mio padre e convincerlo ad andare a parlare con lo specialista, che lo tirasse fuori dalla sua depressione. Una sera decisi di finire di leggere il diario di mia madre. In realtà non avevo voluto più aprirlo perché davvero mi faceva molto male, la sentivo vicina, ma ne avvertivo la mancanza in modo ancora più insopportabile, così cercavo di distrarmi, nel poco tempo libero che avevo. Quella sera invece avevo bisogno di leggerla.   Le lettere mi sfioravano l’anima, parola per parola. Restavano due sole pagine, cominciai a sentirmi ansiosa, sapevo che erano le ultime parole che mia madre aveva scritto per me, per noi, l’ultimo dono per la famiglia che tanto amava. “Cara Martina, mentre ti scrivo c’è un gatto rosso che mi guarda dal vetro della finestra. Non ti ho mai raccontato il motivo per cui tu hai tanta paura di questi animali. Quando avevi 4 anni, io aspettavo un bambino, era un maschietto, avevamo deciso di chiamarlo Matteo. Un giorno eravamo in giardino, avevamo un gatto bianco allora, tu stavi giocando con lui. A un certo punto hai cominciato a tirargli la coda, lui si è innervosito e con un balzo ti è saltato in viso, graffiandoti sugli occhi. Tu hai cominciato a gridare e avevi il viso rigato di sangue. Ero sola, tuo padre era al lavoro e non sapevo che fare. Il sangue era tanto e pensai che il gatto ti avesse rovinato gli occhi. Per fortuna erano solo graffi sulla fronte, che sono guariti dopo pochi giorni. Dallo spavento però, io persi il bambino, cara Martina. No so perché non ho voluto mai raccontarti questa storia, mi dispiace per non averlo fatto quando potevo. Mi dispiace che non potremo più parlare attraverso la voce e gli sguardi, ma sappi che i nostri discorsi di madre e figlia continueranno in eterno…”

In quel momento capii finalmente il perché della mia fobia verso i gatti, evidentemente avevo rimosso la vicenda, anche perché legata all’aborto di mia madre. Mi guardai allo specchio. In quel momento compresi anche la verità su quella piccola cicatrice bianca che avevo sulla fronte.

Il giorno della vigilia di Natale, lavorai soltanto mezza giornata. Alle 15,30 andai da mio padre. Era uno splendido pomeriggio di sole. Salendo le scale di casa non provai la solita sensazione di angoscia che mi assaliva sempre. Aprendo il portone fui invasa dalle note di “So this is Christmas” di John Lennon, la canzone che puntualmente papà  ci faceva ascoltare i giorni natalizi.  Ad un tratto mi sentii chiamare: “Martina vieni”. Sussultai a quella voce, era la voce di mio padre, come era sempre stata, allegra, forte, gioiosa, non spenta come era ultimamente. Entrai nel salone illuminato dal sole e lui era seduto sul divano, sorrideva, gli occhi gli brillavano e sulle gambe aveva il gatto rosso che faceva le fusa. Mi sedetti accanto a lui, emozionata e felice. Provai a carezzare il gatto, era morbido e caldo, molto caldo. Papà allora disse: “dobbiamo uscire subito, prima che chiudano i negozi, per acquistare dei croccantini e una cuccia calda per la nostra micia, non può più vivere per strada, deve stare con noi. Vorrei chiamarla Carolina, come tua madre, ha i capelli rossi come lei, al sole hanno lo stesso riflesso”. Risposi che non si può dare a un animale il nome di una persona,  ma poi guardai la gatta e in effetti il riflesso del pelo era uguale ai capelli di mia madre. Abbracciai forte mio padre e sentii che sarebbe stato un Natale sereno, finalmente.

Miriam Messina

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NON ERA PIU’ NIENTE PER LEI

Inizialmente gli raccontava tutto:
i suoi progetti, i sogni,
gli parlava del quotidiano.
Aveva necessità di confidarsi con lui,
lo cercava, per condividere
i suoi pensieri.
Spesso lui non ascoltava,
non aveva mai tempo
oppure non dava importanza
alle parole di lei.
Continuò ad amarlo ma
prima di parlare imparò a
trattenersi, a dire magari
ciò che lui si aspettava
che lei dicesse
e le cose
andarono bene per un bel po’.

Ogni volta però che lei
aveva necessità di un confronto,
o di un dialogo vero,
fu costretta a cercare un’amica
o un compagno di scuola,
una collega, un’altra persona insomma,
in grado di capirla.

Fu così che quel giorno
in cui ebbe quella splendida notizia,
stava correndo da lui
per raccontargliela
e festeggiare insieme,
ma a un certo punto si fermò
e si accorse che non aveva più
voglia di condividere più nulla
con una persona
che era sempre stata indifferente
al suo mondo interiore.

Si rese conto in quel momento
che il suo grande amore
si era consumato,
avvilito in sé stesso,
senza che lei se ne fosse accorta.
Tornò indietro e pensò
che avrebbe voluto festeggiare
con le persone che l’avevano sempre
ascoltata.
Lui non le mancava più.
Non era più niente per lei.

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LAURA

Laura tu sei una mamma
anche se in fondo sei ancora una bambina.
Oggi è arrivato anche Francesco 
l’ultimo tuo gioiello prezioso.
Francesco ha dovuto ascoltare dal tuo grembo
il battito del tuo cuore spezzato
dal dolore di un abbandono.

Laura tu sei una mamma
e sei più brava di alcune mamme di oggi,
che magari hanno trenta o quarant’anni
ma sono egoiste e vuote e mettono
al primo posto altri valori.

Laura oggi abbracci il tuo quarto principino
e non sei ancora una regina,
sei una principessa ancora anche tu.
Hai creduto nell’amore,
hai creduto di poter formare
una famiglia felice e
ce l’hai messa tutta da parte tua,
sei stata grande.
Il tuo uomo invece è stato piccolo
e ti ha lasciata sola
proprio quando avevi più bisogno di lui.

Laura tu sei una mamma,
ma non una mamma qualunque
sei una grande mamma e dovrai
raccontarlo ai tuoi cuccioli
che un giorno saranno orgogliosi
di essere i figli di Laura.

Tu hai messo i tuoi bambini
al primo posto,
hai dedicato a loro
la tua giovinezza
privandoti di tutto,
per poter acquistare
ciò di cui loro hanno bisogno.
Hai rinunciato a uscire la sera
come fanno tutte le tue coetanee,
hai offuscato la tua luce
per dare alla luce loro.

Adesso stringi tra le tue braccia Francesco
e sai che ce l’hai fatta ancora una volta da sola,
anche se credevi che stavolta non
sarebbe stato possibile.
Invece eccoti,
bella più che mai
col tuo fagottino azzurro
stretto sul cuore.
Laura il tuo papà dal cielo
ti ha protetta e ti ha aiutata
in quest’altra difficile prova.

Laura, tu sei una mamma
ma sei anche una donna,
una giovane e bellissima donna
e un giorno incontrerai il tuo re
che ti amerà e ti proteggerà
e proverai la felicità completa
che più di ogni altra donna meriti.
Auguri Laura 💙10155614_853677791314742_2819943556165684142_n

IN VILLEGGIATURA CAUSA TERREMTOTO

Nell’hotel dove lavoro,
abbiamo accolto una signora col figlio,
che hanno la casa lesionata dal terremoto di Casamicciola del 21 agosto.
Una donna anziana, vedova, umile, molto dolce e riservata.
In questi giorni di soggiorno in hotel, per scendere a pranzo e a cena, indossa i suoi vestiti più eleganti, quelli che magari teneva nell’armadio e non aveva mai occasione di sfoggiare.
La casa dove viveva, che attualmente è inagibile, in quanto dovrà essere ristrutturata, è un casolare di campagna, dove lei trascorreva le sue giornate nel giardino, ad accudire conigli e galline e coltivare il suo orticello, per produrre verdure di stagione.
Oggi si è avvicinata alla reception per chiedere un’informazione, aveva occhi molto tristi, quasi assenti.
Il figlio, un giovane molto educato, le stava vicino con attenzione.
Le ho detto: “signora, capisco che lei sia molto abbattuta per questa vicenda, ma immagini di trovarsi qui come se fosse in vacanza, in una camera d’albergo, in cui c’è qualcuno che le prepara da mangiare e le fa le pulizie, cerchi di vivere il tutto come una villeggiatura, la casa piano piano tornerà bella come prima”.
Lei mi ha guardato con gli occhi improvvisamente illuminati di luce e ha detto: “sa che è dal mio viaggio di nozze che non mi concedo una vacanza e non soggiorno in un hotel? Anzi, è successo un’altra volta, che siamo andati a La Spezia, al giuramento di mio figlio, per il servizio militare, ma fu un giorno di pioggia terribile.”
Il figlio, in quel momento, l’ha abbracciata e le ha dato un bacio sulla fronte, un gesto che voleva esprimere tutto il suo affetto e la sua devozione, per quella mamma, che si è sempre sacrificata per la famiglia e che, dopo aver sopportato la perdita del marito, adesso è costretta a vivere una situazione talmente dura: essere sradicata dalla propria casa, dalle proprie abitudini, dagli oggetti quotidiani e dalle sue familiari comodità.

Miriam Messina

la nonnina

 

 

LA CAMERA VISTA MARE

La prima volta che vidi Adriana mi colpì subito, perché a differenza degli altri clienti dell’albergo, che entravano con aria frettolosa, desiderosi di ricevere le chiavi della loro camera, lei se ne restò ferma sulla soglia, per capire se avvicinarsi o meno. Eppure il suo aspetto era studiato apposta per non attirare l’attenzione: capelli castani, né troppo lunghi, né troppo corti, occhiali con montatura antica, abiti ordinati ma non appariscenti. Aveva chiesto una camera con vista sul mare, ma pareva quasi vergognarsi di desiderare un lusso così effimero come un panorama, lei che era fondamentalmente una donna pratica.  Io lavoravo in quell’albergo come receptionist, e il primo anno che vi soggiornò Adriana, ci scambiammo pochissime parole. L’anno seguente riprenotò la stessa camera, con parecchi mesi di anticipo, e quando arrivò mi disse che aveva un regalino per me. Era un ciondolino molto semplice, di metallo non prezioso. Quell’anno  scambiammo poche chiacchiere formali, anche se ero incuriosita da quella donna così riservata e dall’aria intelligente, di quelle che leggono tanti libri e sanno  tante cose, anche se magari  parlano meno di chi invece non sa nulla ma si riempie la bocca di aria fritta. Da piccola  ero molto timida, e anche se col tempo l’avevo superata, conservavo sempre una simpatia particolare per le persone riservate, con una sensibilità  profonda. Adriana continuò a venire ogni anno, e piano piano diventammo quasi amiche, anche se ci davamo sempre del lei, a volte ci scordavamo e passavamo al tu. Seppi che lavorava in una biblioteca, che era molto ligia al lavoro , al punto che i colleghi ne approfittavano per lasciarle i lavori più noiosi, e che non vedeva l’ora di andare in pensione per  godersi la vita. Era una donna molto precisa, calcolava tutto con molto anticipo. Si era occupata per anni della mamma malata e non aveva avuto il tempo di crearsi una famiglia. Nel luglio 2008 io avevo un pancione enorme, in quanto ero all’ultimo mese di gravidanza. Di quell’estate ho il ricordo di Adriana col suo costume intero, azzurro, che venne a salutarmi apposta nella piscina dell’albergo dove stavo sguazzando,  già in congedo di maternità. L’anno seguente  festeggiammo il primo compleanno di mio figlio e  mi permisi di invitarla. Arrivò con un palloncino a forma di delfino. La presentai alle mie zie , si sedette a chiacchierare con loro, sempre timorosa di disturbare o di essere fuori luogo. Ogni tanto la guardavo di sottecchi, mentre facevamo le foto al bimbo e scartavamo i regali. Mi piaceva vederla lì seduta: Adriana senza un figlio o una figlia e io senza la mia mamma,  che avrebbe avuto la sua età, se non fosse volata via troppo presto. Quando a fine luglio Adriana ripartì, le inviai tramite mail, le foto del compleanno. Non ci eravamo scambiate il numero del cellulare, timorose entrambe di entrare in un’intimità troppo difficile da gestire, più da parte sua che mia, ma che rispettavo assolutamente. Gli anni passavano e lei tornava sempre, ogni volta mi portava dei regali sempre più belli, sia per me che per mio figlio. Libri, profumi, dolci, giocattoli.  L’ultima estate che ci vedemmo fu quella del 2015. Il giorno della partenza avevo un pacco di cioccolatini sul banco, quei cioccolatini con la frase dentro che io adoro. Stava andando via e volevo lasciarle qualcosa di mio, la raggiunsi al taxi e le porsi il cioccolatino, le dissi poi di mandarmi la frase che le sarebbe uscita e le lasciai al volo il mio numero di cellulare. Adriana non tornò più in vacanza. L’anno dopo mi mandò un sms ad aprile, dicendomi che per degli accertamenti non sarebbe potuta venire e di non riservarle la camera come ogni anno. Non vi badai molto, ero presa da tante cose, che pochi minuti dopo me ne ero già scordata. A luglio mi mandò gli auguri per il compleanno di mio figlio e io la ringraziai chiedendole come stava. Rispose che si stava controllando. Ancora una volta andai avanti  e non pensai più a lei. A Ferragosto inviò gli auguri e io risposi sempre col solito sms.  Poi finì la stagione, l’albergo chiuse per la pausa invernale e io mi dedicai a tutte le faccende che restavano sospese durante l’estate. Un pomeriggio di novembre, ero seduta sul divano con mio figlio, che stava leggendo uno dei libri di fiabe che lei gli aveva regalato, e pensai finalmente a lei. Le mandai un sms chiedendole come stava e lei rispose che era in ospedale da un mese e mezzo per ulteriori accertamenti. Finalmente mi decisi a telefonarle. Aveva una voce diversa, sottile. Mi disse che si stava curando, che non si sapeva bene che problema avesse e che la voce le era scesa perché le avevano dovuto mettere dei tubi in gola. Ridendo mi disse che era dimagrita, che non aveva più quella pancetta che cercava sempre di nascondere sotto ai vestiti troppo larghi. Disse che magari se la cura funzionava quell’anno sarebbe tornata in hotel per le vacanze. Mi chiese di mio figlio. Mi disse di ringraziare tutto il personale dell’hotel, perché si era sempre sentita a casa e che ogni anno aspettava il mese di luglio per venire da noi, che si sentiva in famiglia. Aggiunse: “grazie soprattutto a te per la bella amicizia che mi hai sempre donato”. In quella telefonata ci siamo date del tu, entrambe. Le dissi che l’avrei chiamata ancora e lei rispose che non poteva stare al telefono perché c’era sempre troppa gente in reparto intorno a lei. La salutai. Ci pensai molto quella sera, avevo uno strano turbamento, poi venni nuovamente presa dalla quotidianità. Erano i primi di dicembre quando le scrissi un sms: “Ciao Adriana anche se non ti telefono ti penso sempre. Spero che guarisci presto. Ti voglio bene.” Un’ora dopo mi arriva la sua telefonata. Cioè sul telefono c’era scritto il suo nome, ma la voce dall’altro capo non era la sua. Adriana era volata via 5 giorni dopo la nostra telefonata. L’ospedale in cui stava facendo accertamenti era una clinica per malati terminali senza speranza. La voce era sottile perché il tumore aveva invaso anche le corde vocali ed era diventata pelle e ossa. Tutto ciò me lo raccontò un suo cugino con voce anche abbastanza indifferente. Adriana non aveva fratelli o sorelle. Aveva parecchie amiche, ma forse la sua famiglia eravamo noi. E io non mi ero accorta di niente. Avevo il suo numero di cellulare ma non le avevo fatto che una sola telefonata. Una sola. Cinque giorni prima della sua morte. Avrei dovuto chiamarla già dalla prima volta che mi disse che non sarebbe venuta. Che mi costava una telefonata? Ero troppo presa dalla mia vita per pensare a lei, per pensare a una persona riservata che non aveva chiesto mai nulla per sé stessa, se non una camera con un panorama mozzafiato, col mare azzurro come i suoi occhi. Quella sera  ho preso in mano il cellulare scorrendo i suoi messaggi.  Ne ritrovai uno commossa: “ Dal dì che vidi quella bianca mano ogni altro amor dal cor mi fè lontano. Jacopo Sannazzaro.” Era la frase del cioccolatino che le avevo chiesto di mandarmi  l’ultimo giorno che ci siamo viste.13256283_1258478820836636_4272554968979674849_n

LA SCELTA

La mia amica Giusy veniva corteggiata contemporaneamente da due ragazzi molto attraenti.  Uno dei due le scriveva ogni giorno, inviandole poesie e canzoni d’amore, chiedendole insistentemente di uscire insieme. L’altro lavorava tutto il giorno e le inviava brevi messaggi, alternati a telefonate, facendole delle domande per conoscerla meglio e chiedendole anche lui ogni volta di uscire insieme.  Giusy decise di uscire con il ragazzo che le inviava le poesie, perché secondo lei era palese che tenesse di più a conoscerla ed avesse un animo più nobile…Proprio quel pomeriggio Giusy fu ricoverata per un attacco di appendicite e fu operata d’urgenza. Il ragazzo delle poesie, in quei giorni le inviò altri poemi, copiaincollati, di Neruda, Coehlo, Shakespeare e diverse canzoni d’amore scelte da youtube. Le telefonò anche un paio di volte, scusandosi se non andava a trovarla, perché si vergognava dei suoi amici e dei parenti e che sperava di vederla appena si fosse rimessa. L’altro ragazzo invece, appena venne a sapere che Giusy era in ospedale, si fece dare un permesso dal lavoro, in cui rivestiva un ruolo di responsabilità, per uscire qualche ora prima e poter attraversare la città e riuscire ad andare a trovarla, prima che terminasse l’orario di visita. Andò a trovarla ogni giorno, fu educato con i genitori di Giusy e strinse amicizia con i suoi amici. Ogni giorno le portava un piccolo dono e una volta si offrì anche di riaccompagnare a casa un’anziana zia di Giusy che abitava fuori città e aveva perso l’autobus. Fu talmente naturale per Giusy continuare a frequentarlo anche dopo, che si dimenticò completamente dell’altro ragazzo, il quale si faceva vivo soltanto tramite cellulare, e messaggi tutti uguali. La sera del primo appuntamento serale, io e la mia amica andammo insieme ad acquistare un abito adatto. Giusy lo scelse verde smeraldo, come gli occhi di Enzo, era questo il nome del ragazzo. Fu una serata indimenticabile, me la raccontò per filo e per segno il giorno dopo, e mi raccontò anche che nel ristorante c’era anche l’altro ragazzo, quello delle poesie, in compagnia di un’altra. A quanto pare non aveva perso tempo. Sono trascorsi tre anni da allora e 10372170_641558419269322_429030945198393652_n mancano due settimane al matrimonio di Giusy ed Enzo e vi racconto questa storia, perché nella sua semplicità, la trovo molto vera. Chi ci vuole conoscere ed amare, trova il modo di farlo, con azioni concrete, con gesti reali e spontanei.