IL GATTO ROSSO

Ero da sempre allergica ai gatti, o così credevo, perché quando ne vedevo uno, avvertivo sempre una sensazione di malessere, anche se in realtà non starnutivo e non  avevo pruriti, né le sensazioni tipiche che avverte una persona allergica. Eppure ogni volta che ne entrava uno nel mio campo visivo, percepivo un forte malessere. Una volta fui costretta a chiudere una relazione, perché il mio fidanzato era letteralmente innamorato della sua gattina Fuffy, la trattava come una figlia, o forse come una fidanzata, o comunque come una persona che ama il suo animale e non riesce assolutamente ad immaginare che ci sia qualcuno che non provi lo stesso sentimento, tantomeno la sua ragazza. Così la storia ovviamente finì.   Quel giorno incrociai un gatto rosso sulle scale che portavano a casa di mio padre. Affrettai il passo e aprii il portone. Stavo pensando seriamente di tornare a vivere con lui, perché da quando era morta mia madre, due anni prima, era sempre troppo triste e demoralizzato. Entrai nel salone, le tapparelle erano chiuse, nonostante fuori ci fosse un bel sole. Mio padre Ettore era seduto sul divano con lo sguardo perso nel vuoto e in mano l’album del viaggio di nozze. Mi sedetti accanto a lui e mi prese la mano, senza parlare. “Martina, io  non riesco a dimenticarla, come devo fare?” “Papà non puoi continuare a vivere nel ricordo, sei giovane, devi guardare avanti”. Mi rispose: “Stanotte ho sognato che era ancora qui con noi e stava preparando il pranzo della domenica e tu la aiutavi con quell’orribile  grembiule rosa che indossavi  sempre quando vivevi qui”. In quel momento decisi che dovevo assolutamente tornare a vivere con lui, non potevo lasciarlo solo con i suoi ricordi, anche se il mio appartamento era a cinque minuti dal lavoro e tornando in quella casa, avrei dovuto percorrere 40 minuti di automobile ogni mattina e ogni sera. Mentre stavo per comunicargli la mia decisione, il gatto rosso fece capolino dalla finestra, che avevo lasciato socchiusa. Con uno scatto mi alzai dal divano e lo cacciai immediatamente fuori. Mio padre restò indifferente a tutta la manovra e cominciai a pensare seriamente che stesse entrando in una vera e propria depressione. Mentre riflettevo su  tutte queste cose, entrai nella stanza matrimoniale dei miei genitori e cominciai a rifare il letto e a sistemare i vestiti che mio padre aveva lasciato in giro. Quando aprii l’armadio mi sembrò di sentire come sempre ancora il profumo di mia madre. Quel giorno mi sentivo particolarmente triste e avrei avuto tanto bisogno del suo conforto, allora presi il suo cappotto grigio chiaro, lo avevamo acquistato insieme. Lo indossai. Mi sentii immediatamente meglio, come se mi stesse abbracciando. Chiusi gli occhi e per un breve istante percepii che era lì nella stanza, vicina  a me, come sempre. Infilai le mani nelle tasche del cappotto e a un certo punto toccai qualcosa. Era un quadernetto. Lo aprii e notai che era un diario. Che emozione. Non sapevo che mia madre tenesse un diario. Decisi di non farlo vedere a mio padre, per adesso, e di leggerlo poi con calma. Pranzammo insieme, quasi in silenzio e poi lui disse che voleva fare un riposino. Mi accoccolai allora sulla poltrona di mia madre, dove lei stava ore e ore a divorare i suoi romanzi di Liala. Tirai fuori il quadernetto e cominciai a leggere. Mia madre lo aveva cominciato a scrivere quando aveva scoperto di essere malata. Erano tutte lettere per me e mio padre. “Ciao Ettore, lo so che in questo momento ti sentirai triste e solo perché non sono più accanto a te, ma ricordati che nostra figlia ha bisogno che tu sia sereno, per poter continuare la sua vita e non avere il cuore doppiamente affranto. So che sei un uomo forte e che ce la potrai fare anche senza di me al tuo fianco.” Erano diverse lettere, alternate, una per me e una per lui. “Ciao Martina, sei sempre stata una ragazza forte e matura, io non pretendo nulla da te, desidero soltanto che tu vada avanti nella tua vita senza avvertire un buco nero ogni volta che penserai a me. Non voglio che tu creda che la vita ti abbia tolto qualcosa, purtroppo è andata così e noi non possiamo farci niente. Dio solo sa quanto avrei voluto vederti realizzata in una tua famiglia e tenere tra le braccia un figlio tuo. Io ci sarò in quei momenti, sarò la tua forza e il tuo angelo custode, figlia mia.” Erano delle lettere meravigliose che mi diedero tanta forza, e non vedevo l’ora che mio padre si risvegliasse dal suo pisolino per fargliele leggere.  Quel pomeriggio ne leggemmo un bel po’, commuovendoci spesso,  e poi proposi di uscire a fare due passi insieme, ma lui rifiutò, anche se tentai in tutti i modi di convincerlo.  A quel punto decisi di uscire da sola a fare due passi. Amavo passeggiare per il quartiere in cui avevo trascorso la mia infanzia e la mia adolescenza. Avevo sempre sofferto il fatto di essere figlia unica, e adesso più che mai, avrei desiderato tanto avere un fratello o una sorella a cui appoggiarmi, con cui semplicemente potermi confidare. Arrivai davanti alla pasticceria e pensai di comprare dei dolci da mangiare con mio padre. Presi i suoi preferiti, quelli alla crema di caffè, sperando che li avrebbe graditi, visto che stava dimagrendo a vista d’occhio. Tornando a casa col pacchetto dei pasticcini, mi feci mentalmente il programma di tutti gli impegni che avevo per l’indomani. Mi aspettava una lunga giornata di lavoro, ma non mi era mai pesato, perché amavo il mio mestiere. Ero parrucchiera in uno dei saloni più importanti della città, e anche se restavo in piedi per ore e ore, a contatto con clienti spesso esigenti e petulanti, non era mai stato faticoso, proprio perché era un lavoro che avevo scelto io. Da piccola facevo acconciature a mia madre e alle mie amiche e tagliavo i capelli a tutte le bambole. Quella sera mio padre assaggiò soltanto un pasticcino, con l’espressione sempre più assente. Il giorno dopo mi sarei messa in contatto con uno specialista per fargli avere un colloquio, non potevamo continuare così.  Quella notte feci un incubo, forse perché non avevo digerito i dolci di cui mi ero praticamente ingozzata. Ero con mia madre che aveva il pancione, come se aspettasse un bambino, e teneva in braccio un gatto bianco. Io mi avvicinai al gatto per accarezzarlo e all’improvviso mia madre urlò talmente forte che mi risvegliai in un bagno di sudore. Che strano sogno. Mia madre incinta. Non ci pensai più e cercai di riaddormentarmi. Trascorse una settimana molto dura, non solo perché ci avvicinavamo alle vacanze di Natale e il lavoro in salone era raddoppiato, ma anche per stare dietro a mio padre e convincerlo ad andare a parlare con lo specialista, che lo tirasse fuori dalla sua depressione. Una sera decisi di finire di leggere il diario di mia madre. In realtà non avevo voluto più aprirlo perché davvero mi faceva molto male, la sentivo vicina, ma ne avvertivo la mancanza in modo ancora più insopportabile, così cercavo di distrarmi, nel poco tempo libero che avevo. Quella sera invece avevo bisogno di leggerla.   Le lettere mi sfioravano l’anima, parola per parola. Restavano due sole pagine, cominciai a sentirmi ansiosa, sapevo che erano le ultime parole che mia madre aveva scritto per me, per noi, l’ultimo dono per la famiglia che tanto amava. “Cara Martina, mentre ti scrivo c’è un gatto rosso che mi guarda dal vetro della finestra. Non ti ho mai raccontato il motivo per cui tu hai tanta paura di questi animali. Quando avevi 4 anni, io aspettavo un bambino, era un maschietto, avevamo deciso di chiamarlo Matteo. Un giorno eravamo in giardino, avevamo un gatto bianco allora, tu stavi giocando con lui. A un certo punto hai cominciato a tirargli la coda, lui si è innervosito e con un balzo ti è saltato in viso, graffiandoti sugli occhi. Tu hai cominciato a gridare e avevi il viso rigato di sangue. Ero sola, tuo padre era al lavoro e non sapevo che fare. Il sangue era tanto e pensai che il gatto ti avesse rovinato gli occhi. Per fortuna erano solo graffi sulla fronte, che sono guariti dopo pochi giorni. Dallo spavento però, io persi il bambino, cara Martina. No so perché non ho voluto mai raccontarti questa storia, mi dispiace per non averlo fatto quando potevo. Mi dispiace che non potremo più parlare attraverso la voce e gli sguardi, ma sappi che i nostri discorsi di madre e figlia continueranno in eterno…”

In quel momento capii finalmente il perché della mia fobia verso i gatti, evidentemente avevo rimosso la vicenda, anche perché legata all’aborto di mia madre. Mi guardai allo specchio. In quel momento compresi anche la verità su quella piccola cicatrice bianca che avevo sulla fronte.

Il giorno della vigilia di Natale, lavorai soltanto mezza giornata. Alle 15,30 andai da mio padre. Era uno splendido pomeriggio di sole. Salendo le scale di casa non provai la solita sensazione di angoscia che mi assaliva sempre. Aprendo il portone fui invasa dalle note di “So this is Christmas” di John Lennon, la canzone che puntualmente papà  ci faceva ascoltare i giorni natalizi.  Ad un tratto mi sentii chiamare: “Martina vieni”. Sussultai a quella voce, era la voce di mio padre, come era sempre stata, allegra, forte, gioiosa, non spenta come era ultimamente. Entrai nel salone illuminato dal sole e lui era seduto sul divano, sorrideva, gli occhi gli brillavano e sulle gambe aveva il gatto rosso che faceva le fusa. Mi sedetti accanto a lui, emozionata e felice. Provai a carezzare il gatto, era morbido e caldo, molto caldo. Papà allora disse: “dobbiamo uscire subito, prima che chiudano i negozi, per acquistare dei croccantini e una cuccia calda per la nostra micia, non può più vivere per strada, deve stare con noi. Vorrei chiamarla Carolina, come tua madre, ha i capelli rossi come lei, al sole hanno lo stesso riflesso”. Risposi che non si può dare a un animale il nome di una persona,  ma poi guardai la gatta e in effetti il riflesso del pelo era uguale ai capelli di mia madre. Abbracciai forte mio padre e sentii che sarebbe stato un Natale sereno, finalmente.

 

Erano le due di notte e mio marito ancora non tornava a casa. Era più di un mese che trovava sempre scuse la sera per rientrare tardi,  dicendo che era per via del lavoro. In dieci anni di matrimonio non era mai accaduta una cosa del genere, eravamo sempre stati uniti e le serate le avevamo sempre trascorse insieme. Cominciai seriamente a pensare che

 

Lo sapevano già che non esisteva l’amore eterno, che è soltanto una trovata della società per far sentire la gente meno sola..Si fecero ugualmente quel tatuaggio insieme. Era il giorno della caduta del muro di Berlino. Erano felici. Giovani. Vecchi dentro. Avevano letto già troppi libri e visto troppa gente piangere. Insieme analizzarono tutta la loro infanzia e guardarono in un telescopio magico il loro futuro. Erano liberi allora. Perché non pensarono mai di entrarci insieme in quella palla rotonda che era il loro futuro? Quanto durò quel periodo? Due anni? Massimo due anni…Adesso sanno soltanto che da qualche parte c’è un uomo, e una donna, con lo stesso tatuaggio, a ricordo di una storia perfetta, come quei simboli che si portano sui pcarattere-gatto-rosso-657x360

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I FIGLI

Molte donne amano in segreto i figli
che non sono nati.
Molte donne per natura
metterebbe al mondo
un bimbo ogni due o tre anni.
Quando quelle donne tra sé e sé decidono
che non ne avranno più,
per tutto il resto della loro vita
quelle donne penseranno a come sarebbero stati belli
e a quanto li avrebbe amati.

– Miriam Messina

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SE CI TIENE

Se ci tiene non ti fa aspettare,
non mette solo i like su facebook
ma ti porta a mangiare una pizza.
Se ci tiene non fa squillare il telefono a vuoto
sapendo che lo stai chiamando
e hai bisogno di sentire la sua voce.
Se ci tiene non scrive buongiorno sul web
senza prima averlo augurato a te.
Se ci tiene non fa giochetti con le altre
dicendo che sono soltanto amiche,
se sa che tu invece sei seria con tutti
gli altri che ti contattano e che incontri.
Se ci tiene vuole stare con te
e se litigate poi accetta di fare pace,
non ti tiene in stand by
per giorni e giorni
con la scusa che deve smaltire
il nervoso.
Se ci tiene ti resta accanto,
ti aiuta, ti consola
e ti protegge.
Se ci tiene te ne accorgi.

  • Miriam Messina

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GLI ANNI PERSI

La conoscete tutta questa malinconia?
La conoscete, la sentite ogni volta?
Perché ci ostiniamo a darle da mangiare?
Perché la accogliamo così a braccia aperte?
Malinconia, nostalgia, mancanza…
Sbagliamo, maledizione…
Sbagliamo!

Non serve a nulla crogiolarci
in questo stupido carosello
in questo inutile girotondo.
Dovremmo produrre azioni concrete
rimboccarci le maniche.
Nessuno ci osserva dall’alto
o dal più nero degli abissi
per premiarci per
questo sentire senza scopo.
Quanto tempo perduto,
canzoni su canzoni
giorni che non torneranno.
Non c’è alcuna medaglia
per il dolore.
C’è un prezzo invece:
gli anni persi che non
verranno restituiti mai.
Mai.

– Miriam Messina26731707_1301365689963195_7659152536608045014_n

TI MANDAI A CHIAMARE

26196487_1295394787226952_8245507594315575288_nTi ricordi  amore quella mattina
che ti mandai a chiamare.
Ti dissi di correre da me
perché finalmente
avevo compreso.
Ricordi amore come fu bello
dopo giorni e giorni di buio
svegliarsi una mattina
e avvertire il sole che si
insinuava tra le tende.
Un sole prepotente,
impetuoso.
Quel sole, amore
profumava di futuro
profumava di noi.

Ricordi amore quella mattina,
mi vestii con quel sole
mi truccai con quel sole
non misi nulla nella mia borsa
soltanto il profumo
uno nuovo,
un profumo che
non mi ricordasse nulla
ma che mi preparasse
a nuovi ricordi
solo nostri.

Ti mandai a chiamare
e tu venisti subito a prendermi
senza chiedermi nulla
senza falso orgoglio
senza parole
ma venisti direttamente.

Ricordi amore
che sorriso
che sguardo.
Eravamo pronti
per il nostro
meraviglioso futuro.

– Miriam Messina

IL PRIMO NATALE FELICE

Il primo Natale felice da adulti
quello in cui siamo finalmente
con una persona che amiamo,
oppure il primo Natale
da genitori
o con l’attesa di esserlo
sfiorando un pancione.
Ha tutto a che fare
con l’amore che si dà.
Poi guardiamo a chi eravamo ieri
e non ci riconosciamo più
perché adesso siamo veramente noi.

– Miriam Messina

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L’UOMO E LA DONNA

L’uomo dovrebbe essere duro e forte come una roccia e la donna dolce e fluida come l’acqua di un fiume. Per questo, in tempi in cui i veri maschi non ci sono più, a favore degli effemminati, un vero uomo, desidera una donna che racchiuda in sé l’essenza più pura della femminilità.

– Miriam Messina25659522_1284215111678253_6531023786779541146_n

TI RICORDO

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Ti ricordo con le tue Marlboro rosse
e l’espressione che facevi quando
ti leggevo un articolo 
sui danni del fumo.
Ti ricordo nelle tue camicie di jeans
perché dicevi che era l’unica camicia
che avresti mai indossato.
Ti ricordo nelle notti in bianco
e nelle mattinate passate a dormire
mentre tutti i tuoi amici lavoravano.
Ti ricordo nella tenerezza con cui
ti fermavi in strada a raccogliere
un cucciolo ferito.
E lo curavi.
Eppure non lo dicevi a nessuno.
Te ne fregavi dei giudizi degli altri.
Non volevi essere amato
da gente di cui non ti importava nulla.
Volevi cambiare il mondo.
Volevi essere te stesso.
Per questo, quando ti ho rivisto
stamattina
al centro commerciale
con la camicia stirata,
una donna elegante sottobraccio
e lo sguardo assente
non ti ho riconosciuto subito.
Lei guardava il cellulare.
Tu guardavi avanti
ma non mi hai vista per fortuna.
Sono sicura che non ti avrebbe fatto piacere.
Perché io ti conoscevo a fondo
e quando non siamo felici,
lo sguardo di chi ci vuol bene,
ci pesa tanto addosso.

Miriam Messina