QUANDO UN’AMICA

Quando un’amica ha un dolore
lo senti sottopelle come fosse tuo
vorresti asciugare le lacrime
e alleggerire il suo cuore
puro come la neve.
Quando un’amica vive
la sua notte più buia
vorresti che dormisse,
e poterle sussurrare
che è soltanto un incubo
e domani sarà tutto come prima.
Quando un’amica ti racconta
la sofferenza di un ultimo addio,
non consola
avere davanti il mare
non consola
avere un cielo azzurro
su cui puntare gli occhi,
non consola
il pensiero del futuro.
Quando un’amica
con cui hai vissuto
tante tappe
della vita
soffre,
soffri anche tu
e aspetti il giorno in cui
potrete brindare
di nuovo
a qualcosa di bello,
ancora insieme
ancora unite
per la vita.

– Miriam Messina

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TI RICORDO

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Ti ricordo con le tue Marlboro rosse
e l’espressione che facevi quando
ti leggevo un articolo 
sui danni del fumo.
Ti ricordo nelle tue camicie di jeans
perché dicevi che era l’unica camicia
che avresti mai indossato.
Ti ricordo nelle notti in bianco
e nelle mattinate passate a dormire
mentre tutti i tuoi amici lavoravano.
Ti ricordo nella tenerezza con cui
ti fermavi in strada a raccogliere
un cucciolo ferito.
E lo curavi.
Eppure non lo dicevi a nessuno.
Te ne fregavi dei giudizi degli altri.
Non volevi essere amato
da gente di cui non ti importava nulla.
Volevi cambiare il mondo.
Volevi essere te stesso.
Per questo, quando ti ho rivisto
stamattina
al centro commerciale
con la camicia stirata,
una donna elegante sottobraccio
e lo sguardo assente
non ti ho riconosciuto subito.
Lei guardava il cellulare.
Tu guardavi avanti
ma non mi hai vista per fortuna.
Sono sicura che non ti avrebbe fatto piacere.
Perché io ti conoscevo a fondo
e quando non siamo felici,
lo sguardo di chi ci vuol bene,
ci pesa tanto addosso.

Miriam Messina

FALSE AMICHE

Una volta un’amica mi fece uno sgarro imperdonabile. Qualcosa di veramente grave. Io ci stetti male, ma non persi la calma né le dissi mai le parole dure che pur avrebbe meritato. Non provando mai rancore per mia intima natura, la volta che ci incontrammo in pubblico, avvertii da lontano il suo disagio ed ebbi tenerezza per la sua colpa. Quando fummo vicine l’abbracciai. Io a lei. Nelle favole lei mi avrebbe abbracciata più forte. Nella realtà lei prese il mio gesto come una forma di debolezza e tentò di dare la responsabilità della sua colpa a me. Da allora ho imparato che i grandi gesti vanno conservati per le grandi persone e la gente piccola va ignorata e al massimo trattata con fredda cortesia.images (10)

LA CAMERA VISTA MARE

La prima volta che vidi Adriana mi colpì subito, perché a differenza degli altri clienti dell’albergo, che entravano con aria frettolosa, desiderosi di ricevere le chiavi della loro camera, lei se ne restò ferma sulla soglia, per capire se avvicinarsi o meno. Eppure il suo aspetto era studiato apposta per non attirare l’attenzione: capelli castani, né troppo lunghi, né troppo corti, occhiali con montatura antica, abiti ordinati ma non appariscenti. Aveva chiesto una camera con vista sul mare, ma pareva quasi vergognarsi di desiderare un lusso così effimero come un panorama, lei che era fondamentalmente una donna pratica.  Io lavoravo in quell’albergo come receptionist, e il primo anno che vi soggiornò Adriana, ci scambiammo pochissime parole. L’anno seguente riprenotò la stessa camera, con parecchi mesi di anticipo, e quando arrivò mi disse che aveva un regalino per me. Era un ciondolino molto semplice, di metallo non prezioso. Quell’anno  scambiammo poche chiacchiere formali, anche se ero incuriosita da quella donna così riservata e dall’aria intelligente, di quelle che leggono tanti libri e sanno  tante cose, anche se magari  parlano meno di chi invece non sa nulla ma si riempie la bocca di aria fritta. Da piccola  ero molto timida, e anche se col tempo l’avevo superata, conservavo sempre una simpatia particolare per le persone riservate, con una sensibilità  profonda. Adriana continuò a venire ogni anno, e piano piano diventammo quasi amiche, anche se ci davamo sempre del lei, a volte ci scordavamo e passavamo al tu. Seppi che lavorava in una biblioteca, che era molto ligia al lavoro , al punto che i colleghi ne approfittavano per lasciarle i lavori più noiosi, e che non vedeva l’ora di andare in pensione per  godersi la vita. Era una donna molto precisa, calcolava tutto con molto anticipo. Si era occupata per anni della mamma malata e non aveva avuto il tempo di crearsi una famiglia. Nel luglio 2008 io avevo un pancione enorme, in quanto ero all’ultimo mese di gravidanza. Di quell’estate ho il ricordo di Adriana col suo costume intero, azzurro, che venne a salutarmi apposta nella piscina dell’albergo dove stavo sguazzando,  già in congedo di maternità. L’anno seguente  festeggiammo il primo compleanno di mio figlio e  mi permisi di invitarla. Arrivò con un palloncino a forma di delfino. La presentai alle mie zie , si sedette a chiacchierare con loro, sempre timorosa di disturbare o di essere fuori luogo. Ogni tanto la guardavo di sottecchi, mentre facevamo le foto al bimbo e scartavamo i regali. Mi piaceva vederla lì seduta: Adriana senza un figlio o una figlia e io senza la mia mamma,  che avrebbe avuto la sua età, se non fosse volata via troppo presto. Quando a fine luglio Adriana ripartì, le inviai tramite mail, le foto del compleanno. Non ci eravamo scambiate il numero del cellulare, timorose entrambe di entrare in un’intimità troppo difficile da gestire, più da parte sua che mia, ma che rispettavo assolutamente. Gli anni passavano e lei tornava sempre, ogni volta mi portava dei regali sempre più belli, sia per me che per mio figlio. Libri, profumi, dolci, giocattoli.  L’ultima estate che ci vedemmo fu quella del 2015. Il giorno della partenza avevo un pacco di cioccolatini sul banco, quei cioccolatini con la frase dentro che io adoro. Stava andando via e volevo lasciarle qualcosa di mio, la raggiunsi al taxi e le porsi il cioccolatino, le dissi poi di mandarmi la frase che le sarebbe uscita e le lasciai al volo il mio numero di cellulare. Adriana non tornò più in vacanza. L’anno dopo mi mandò un sms ad aprile, dicendomi che per degli accertamenti non sarebbe potuta venire e di non riservarle la camera come ogni anno. Non vi badai molto, ero presa da tante cose, che pochi minuti dopo me ne ero già scordata. A luglio mi mandò gli auguri per il compleanno di mio figlio e io la ringraziai chiedendole come stava. Rispose che si stava controllando. Ancora una volta andai avanti  e non pensai più a lei. A Ferragosto inviò gli auguri e io risposi sempre col solito sms.  Poi finì la stagione, l’albergo chiuse per la pausa invernale e io mi dedicai a tutte le faccende che restavano sospese durante l’estate. Un pomeriggio di novembre, ero seduta sul divano con mio figlio, che stava leggendo uno dei libri di fiabe che lei gli aveva regalato, e pensai finalmente a lei. Le mandai un sms chiedendole come stava e lei rispose che era in ospedale da un mese e mezzo per ulteriori accertamenti. Finalmente mi decisi a telefonarle. Aveva una voce diversa, sottile. Mi disse che si stava curando, che non si sapeva bene che problema avesse e che la voce le era scesa perché le avevano dovuto mettere dei tubi in gola. Ridendo mi disse che era dimagrita, che non aveva più quella pancetta che cercava sempre di nascondere sotto ai vestiti troppo larghi. Disse che magari se la cura funzionava quell’anno sarebbe tornata in hotel per le vacanze. Mi chiese di mio figlio. Mi disse di ringraziare tutto il personale dell’hotel, perché si era sempre sentita a casa e che ogni anno aspettava il mese di luglio per venire da noi, che si sentiva in famiglia. Aggiunse: “grazie soprattutto a te per la bella amicizia che mi hai sempre donato”. In quella telefonata ci siamo date del tu, entrambe. Le dissi che l’avrei chiamata ancora e lei rispose che non poteva stare al telefono perché c’era sempre troppa gente in reparto intorno a lei. La salutai. Ci pensai molto quella sera, avevo uno strano turbamento, poi venni nuovamente presa dalla quotidianità. Erano i primi di dicembre quando le scrissi un sms: “Ciao Adriana anche se non ti telefono ti penso sempre. Spero che guarisci presto. Ti voglio bene.” Un’ora dopo mi arriva la sua telefonata. Cioè sul telefono c’era scritto il suo nome, ma la voce dall’altro capo non era la sua. Adriana era volata via 5 giorni dopo la nostra telefonata. L’ospedale in cui stava facendo accertamenti era una clinica per malati terminali senza speranza. La voce era sottile perché il tumore aveva invaso anche le corde vocali ed era diventata pelle e ossa. Tutto ciò me lo raccontò un suo cugino con voce anche abbastanza indifferente. Adriana non aveva fratelli o sorelle. Aveva parecchie amiche, ma forse la sua famiglia eravamo noi. E io non mi ero accorta di niente. Avevo il suo numero di cellulare ma non le avevo fatto che una sola telefonata. Una sola. Cinque giorni prima della sua morte. Avrei dovuto chiamarla già dalla prima volta che mi disse che non sarebbe venuta. Che mi costava una telefonata? Ero troppo presa dalla mia vita per pensare a lei, per pensare a una persona riservata che non aveva chiesto mai nulla per sé stessa, se non una camera con un panorama mozzafiato, col mare azzurro come i suoi occhi. Quella sera  ho preso in mano il cellulare scorrendo i suoi messaggi.  Ne ritrovai uno commossa: “ Dal dì che vidi quella bianca mano ogni altro amor dal cor mi fè lontano. Jacopo Sannazzaro.” Era la frase del cioccolatino che le avevo chiesto di mandarmi  l’ultimo giorno che ci siamo viste.13256283_1258478820836636_4272554968979674849_n

LA SCELTA

La mia amica Giusy veniva corteggiata contemporaneamente da due ragazzi molto attraenti.  Uno dei due le scriveva ogni giorno, inviandole poesie e canzoni d’amore, chiedendole insistentemente di uscire insieme. L’altro lavorava tutto il giorno e le inviava brevi messaggi, alternati a telefonate, facendole delle domande per conoscerla meglio e chiedendole anche lui ogni volta di uscire insieme.  Giusy decise di uscire con il ragazzo che le inviava le poesie, perché secondo lei era palese che tenesse di più a conoscerla ed avesse un animo più nobile…Proprio quel pomeriggio Giusy fu ricoverata per un attacco di appendicite e fu operata d’urgenza. Il ragazzo delle poesie, in quei giorni le inviò altri poemi, copiaincollati, di Neruda, Coehlo, Shakespeare e diverse canzoni d’amore scelte da youtube. Le telefonò anche un paio di volte, scusandosi se non andava a trovarla, perché si vergognava dei suoi amici e dei parenti e che sperava di vederla appena si fosse rimessa. L’altro ragazzo invece, appena venne a sapere che Giusy era in ospedale, si fece dare un permesso dal lavoro, in cui rivestiva un ruolo di responsabilità, per uscire qualche ora prima e poter attraversare la città e riuscire ad andare a trovarla, prima che terminasse l’orario di visita. Andò a trovarla ogni giorno, fu educato con i genitori di Giusy e strinse amicizia con i suoi amici. Ogni giorno le portava un piccolo dono e una volta si offrì anche di riaccompagnare a casa un’anziana zia di Giusy che abitava fuori città e aveva perso l’autobus. Fu talmente naturale per Giusy continuare a frequentarlo anche dopo, che si dimenticò completamente dell’altro ragazzo, il quale si faceva vivo soltanto tramite cellulare, e messaggi tutti uguali. La sera del primo appuntamento serale, io e la mia amica andammo insieme ad acquistare un abito adatto. Giusy lo scelse verde smeraldo, come gli occhi di Enzo, era questo il nome del ragazzo. Fu una serata indimenticabile, me la raccontò per filo e per segno il giorno dopo, e mi raccontò anche che nel ristorante c’era anche l’altro ragazzo, quello delle poesie, in compagnia di un’altra. A quanto pare non aveva perso tempo. Sono trascorsi tre anni da allora e 10372170_641558419269322_429030945198393652_n mancano due settimane al matrimonio di Giusy ed Enzo e vi racconto questa storia, perché nella sua semplicità, la trovo molto vera. Chi ci vuole conoscere ed amare, trova il modo di farlo, con azioni concrete, con gesti reali e spontanei.

AMORI NON SINCRONIZZATI

Ricordo un ragazzo meraviglioso che usciva in gruppo con noi, era innamoratissimo di me. Arrivava il pomeriggio della domenica a casa mia, a sorpresa, a mangiare la torta che aveva preparato mia mamma, veniva a prendermi in macchina ovunque e faceva di tutto per starmi vicino. Una sera dovevo fare la babysitter per una famiglia e lui, pur di portarmi a una festa sulla spiaggia dei Maronti, voleva darmi lui i soldi che avrei guadagnato, per non farmi lavorare, e uscire col gruppo. Mi chiamava Luna, forse perché ero lunatica, ma io lo ignoravo, perché mi piaceva un altro. Una volta mi portò anche a casa sua con la sua famiglia a mangiare il coniglio alla cacciatora. Eppure io non lo guardavo neanche, anche se era un bellissimo ragazzo. L’anno dopo mi innamorai anche io di lui. Così finalmente uscimmo insieme, ma non ci siamo neanche mai baciati. Era freddo, non provava più nulla. Mi odiava per come avevo calpestato i suoi sentimenti. Ricordo ancora l’amarezza quando andò via e io mi resi conto di chi avevo perso…983783_703583336384774_2749016464821314362_n

LA SOLITUDINE DELL’INTELLIGENZA

Non c’è niente di più raro che incontrare una persona intelligente e felice. Per questo, mentre tutti gli altri trovano gioia e appagamento in piccole cose, come il buon cibo, una semplice giornata di sole, un caffè con un amico, una canzoncina alla radio, o gioielli preziosi e ori, vestiti e scarpe firmati , ci sono persone che sono sempre in apnea, sempre in costruzione mentale, sempre affamati, come lupi in una steppa. Cosa può salvare questo tipo di anime vaganti? Cosa può appagare uno spirito affamato ed errante? Alcune pagine di buona letteratura rappresentano un ottimo balsamo per i momenti critici, ma non basta. La solitudine è una compagna fissa. Nessuna persona può colmarla. Né muscoli, né curve, né giacche e cravatta o tacchi a spillo e spacchi. La fame viene da dentro e così , tra mille persone appare qualche buon amico, che può comprendere qualcosa e illuminare le serate più fredde e lunghe. Un amico fidato che ascolta e capisce, che parla talvolta, che si tiene in mano i nostri silenzi e le nostre parole sbagliate, come fossero le sue e che non chiede niente in cambio. La solitudine però resta, ed è un problema soltanto nostro.   Poi avviene il miracolo. Finalmente a un certo punto dell’esistenza, si trova ristoro, appare l’oasi nel deserto per il viandante assetato, si ritorna a vedere il sole, dopo anni di tenebra, e si respira a pieni polmoni  l’aria pura, dopo anni e anni di soffocamento. L’incontro con una persona affine, con cui si fanno dei discorsi lunghissimi senza dire una parola, con cui c’è sazietà, verità, e trascendenza. Dicono che i gemelli se vengono separati soffrono. Si sentono sempre soli. Forse perciò questo tipo di persone, vengono comunemente chiamate, anime gemelle.,

– Miriam Messina

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LA SOLITUDINE DELL’INTELLIGENZA

10848358_1514798575461154_259130711_n-1200x680Non c’è niente di più raro che incontrare una persona intelligente e felice. Per questo, mentre tutti gli altri trovano gioia e appagamento in piccole cose, come il buon cibo, una semplice giornata di sole, un caffè con un amico, una canzoncina alla radio, o gioielli preziosi e ori, vestiti e scarpe firmati , ci sono persone che sono sempre in apnea, sempre in costruzione mentale, sempre affamati, come lupi in una steppa. Cosa può salvare questo tipo di anime vaganti? Cosa può appagare uno spirito affamato ed errante? Alcune pagine di buona letteratura rappresentano un ottimo balsamo per i momenti critici, ma non basta. La solitudine è una compagna fissa. Nessuna persona può colmarla. Né muscoli, né curve, né giacche e cravatta o tacchi a spillo e spacchi. La fame viene da dentro e così tra mille persone appare qualche buon amico, che può comprendere qualcosa e illuminare le serate più fredde e lunghe. Un amico fidato che ascolta e capisce, che parla talvolta, che si tiene in mano i nostri silenzi e le nostre parole sbagliate, come fossero le sue e che non chiede niente in cambio. La solitudine però resta ed è un problema soltanto nostro.   Poi avviene il miracolo. Finalmente a un certo punto dell’esistenza si trova ristoro, appare l’oasi nel deserto per il viandante assetato, si ritorna a vedere il sole dopo anni di tenebra e si respira a pieni polmoni  l’aria pura dopo anni e anni di soffocamento. L’incontro con una persona affine, con cui si fanno dei discorsi lunghissimi senza dire una parola, con cui c’è sazietà, verità, e trascendenza. Dicono che i gemelli se vengono separati soffrono. Si sentono sempre soli. Forse per questo questo tipo di persone vengono comunemente chiamate anime gemelle.,

L’AMORE AI TEMPI DI FACEBOOK

Una volta se a un ragazzo piaceva una ragazza doveva farsi coraggio: cercare di avvicinarla, magari eludendo le barriere di sguardi e  gelosie delle amiche, oppure telefonarle a casa, col rischio che rispondesse proprio il padre.  Nel momento in cui poi lei era davanti a lui, il ragazzo avrebbe dovuto parlare e inventare delle frasi originali e divertenti, con la bocca secca dall’emozione e il cuore palpitante di ansia.   Una volta però superate queste piccole grandi prove, se nasceva una storia, aveva un valore alto, perché a quella storia era legata l’attesa, il coraggio, la forza, la paura e infine il premio della conoscenza. Se ci pensiamo bene, le cose che ci siamo guadagnati con fatica, le consideriamo preziose, e prima di trascurarle o gettarle via, ci pensiamo bene e cerchiamo di tenerle custodite e protette.coppia cellulari    Oggi i ragazzi si conoscono attraverso un click, il massimo del coraggio   è richiedere amicizia su facebook e  poi magari scrivere un messaggio. Se lei accetta, e tra giovani lo si fa facilmente, è una cosa normalissima, e se poi lei ti risponde in chat, è ancora più plausibile, che male c’è in fondo. Cosi’ ci si ritrova magari a un primo appuntamento, senza averlo davvero desiderato, senza averlo potuto programmare  e aspettare a sufficienza. Si dicono parole sbagliate, si passa il tempo col cellulare in mano e, invece di creare la magia del momento, con sguardi e frasi profonde, cercando davvero di conoscere l’altro, si pensa a dove farsi il primo selfie insieme, e come postare il link del posto in cui si sta bevendo qualcosa insieme, per mostrarlo a tutti i contatti, senza pensare che quel qualcosa che si sta creando, potrebbe essere qualcosa di speciale, di segreto anche, che deve crescere piano piano e con attenzione, senza macchiarlo coi giudizi dei finti amici e con un’esposizione prematura che mette in evidenza il look, le marche d’abbigliamento, il fisico, a cui oggi si dà davvero troppa importanza. Col rischio che se quella foto del primo appuntamento non riceve i “mi piace” sperati, si pensa di non esser fatti l’uno per l’altra, e se il migliore amico invidioso, dice che la ragazza ha le gambe storte, non la si considera più la bellissima ragazza che ha fatto girare la testa e non la si cerca più, tanto ce n’è già un’altra pronta su whats app da contattare e a cui mandare una foto a torso nudo, per mostrare i pettorali depilati e il fisico palestrato.

BALLERINE SULL’ACQUA

Eravamo ragazzi alle nostre prime esperienze e passeggiando sulla spiaggia, cominciò a piovere piano. Con lo sguardo incantato alla superficie del mare mi raccontasti che tua madre da piccolo ti diceva che le gocce di pioggia sul mare, erano come ballerine. A distanza di anni, ci siamo rivisti, casualmente, da amici, con le nostre nuove vite felici e i nostri figli e, raccontandoci, mi venne in mente quel ricordo e ne parlai con te. Te ne sei  stupito. Non credevi potessi ricordare un simile particolare. Quando in una storia, ci si racconta a cuore aperto, ci si confida, sono quelle le emozioni che restano dentro a distanza di anni, che cancellano i dolori, i rancori, le piccole beghe amorose, ed è così, che finito l’amore, si può restare anche amici. Perché le persone del nostro passato ci hanno tutte regalato qualcosa di unico e prezioso, perché legato a quel periodo della nostra vita che non tornerà più, e deve essere davvero bello riuscire ad pioggia_sul_lagoessere buoni amici o anche semplicemente amici, con chi un tempo si è amato e adesso non si ama più.