PEZZI DI TE

Ero stanca di cercare i tuoi occhi in qualcuno, il sorriso in un altro, e voltarmi perché quella voce sembrava la tua, e più avanti confonderti col passo svelto di un altro ancora. Era come se ti fossi separato in tanti pezzettini sparsi per il mondo, disseminati per farmi impazzire. Non avevo neanche più una foto per rivederti almeno una volta come eri tu davvero, reale e non spezzettato dal mio cercare. Avrei voluto che finalmente qualcuno mi guardasse e mi parlasse, e non avesse più niente di tuo, una persona completamente diversa. Ma era tutto inutile. Con qualunque altra persona mi sarei sentita sola. Invece nella mia solitudine almeno tu eri con me, mi avevi promesso che non mi avresti lasciata mai, e volevo crederti, nonostante tutto, volevo crederti…

Miriam Messina48281498_1697521410347619_6615505724795518976_n.jpg

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L’AMORE

L’amore non lo riconosci dalla facilità nello stare insieme ma dalla impossibilità nel riuscire a lasciarsi.

– Miriam Messina

PER ELISA

Elisa noi ti vogliamo ricordare così
quando ancora avevi mille progetti
e mille sogni da realizzare,
quando la parola malattia
non era entrata ancora
a sconvolgenti l’animo
e le giornate.

Quando avevi il tuo lavoro e il tuo amore,
e il tuo grande sogno di diventare mamma.
Hai aspettato tanto quel momento
e forse avevi smesso
quasi di sperarci.

Poi è arrivata lei:
una nuvola rosa d’amore
e tenerezza.
La parola felicità aveva un senso.
Eri al centro del tuo cerchio magico
col tuo uomo e la vostra bambina
da amare e crescere insieme.

Poi di colpo un tunnel.
Un abisso di paura.
I pensieri impazziti
e l’angoscia di non poter
veder crescere la tua bimba.

Elisa noi ti vogliamo ricordare così
col tuo sorriso dolce
e i tuoi riccioli ribelli.
Ogni 21 agosto
penseremo alla tua piccola
quando scartera’ i regali
che la sua mamma
ha scelto per lei
con l’amore infinito
che solo una madre
che sa di dover lasciare
la sua creatura
può provare.

#miriammessina

– In memoria di Elisa Girotto22096228_1209881665778265_5189116410232374798_o.jpg

LE LETTERE D’ADDIO

Scriveva le sue lettere china sul foglio, senza mai alzare lo sguardo. Se si fosse fermata anche un solo istante, avrebbe scordato tutto ciò che v’era da scrivere. Quella mattina accadde mentre era in bicicletta. Sole, caldo, armonia con la natura, vento tra i capelli. A un certo punto davanti ai suoi occhi ci fu solo nero. Freno’ e poggio’ i piedi a terra. Chiuse gli occhi. La luce torno’ e cercò in borsa la penna e il foglio. Le lettere dovevano essere scritte sempre su un foglio e mai su un quaderno. Impiegò più di venti minuti a scrivere tutto e come sempre, sul foglio, oltre alle parole, colarono anche le lacrime. Terminata l’opera, deposito’ tutto in borsa e continuò il giro in bici, ma non poteva più andare da lui, non più . Ogni lettera era la fine. Stavolta sarebbe stata dura, era felice davvero con lui: quando le dita delle loro mani si intrecciavano, avvertivano delle piccole scariche elettriche, quando lui la guardava, lei sorrideva sempre e poi lui l’abbracciava forte e lei ascoltava il battito del cuore di lui. Ecco, il cuore di lui le sarebbe mancato. Era una persona talmente generosa, che a starci accanto, ti sentivi buona anche tu. Anche questa volta doveva staccarsi, anche stavolta non sarebbe continuata, ma purtroppo era la sua vita e non c’era via di scampo. Ognuno in fondo ha il suo destino e il suo era scrivere le lettere. Le lettere che doveva nascondere subito insieme alle altre, senza mai rileggerle. Un giorno qualcuno le avrebbe spiegato il perché e finalmente sarebbe stata libera, libera di amare.

Miriam Messina

 

 

VOLEVO DIRTI

Volevo dirti che le giornate si sono allungate
e che è arrivato ancora febbraio
che anche quest’anno non ho preso
nessun regalo per San Valentino.
Volevo dirti che ho fatto molti viaggi da allora
e che per le strade di ogni nuova città
mi sembrava sempre di scorgere il tuo sorriso.
Volevo dirti che le persone diventano sempre più cattive
e che manca la tua mano che sfiora il mio viso
e la tua voce che mi dice che andrà tutto bene.
Volevo dirti che i miei capelli sono ancora lunghi
e che quel vestito ogni tanto lo indosso ancora
e a volte mi guardo allo specchio e vorrei rivedermi
come mi vedevi tu: bella.
Volevo dirti che sei sempre dentro di me
perché tu non mi hai lasciata
non lo avresti mai fatto.
Un altro uomo sì che lo avrebbe fatto
ma tu no, tu lo sapevi che cos’era l’amore,
sapevi amare fino in fondo senza paura.
Volevo dirti che non ti odio più
per essere salito su quella moto.
Volevo dirti che ti ho perdonato
per avermi lasciata sola quaggiù
e farò del mio meglio per sorridere sempre
per fare finta che stasera alle 9 verrai a prendermi
come facevi ogni sera.

Miriam Messina16708295_1001223733310727_9092259941620344929_n

 

 

LA CAMERA VISTA MARE

La prima volta che vidi Adriana mi colpì subito, perché a differenza degli altri clienti dell’albergo, che entravano con aria frettolosa, desiderosi di ricevere le chiavi della loro camera, lei se ne restò ferma sulla soglia, per capire se avvicinarsi o meno. Eppure il suo aspetto era studiato apposta per non attirare l’attenzione: capelli castani, né troppo lunghi, né troppo corti, occhiali con montatura antica, abiti ordinati ma non appariscenti. Aveva chiesto una camera con vista sul mare, ma pareva quasi vergognarsi di desiderare un lusso così effimero come un panorama, lei che era fondamentalmente una donna pratica.  Io lavoravo in quell’albergo come receptionist, e il primo anno che vi soggiornò Adriana, ci scambiammo pochissime parole. L’anno seguente riprenotò la stessa camera, con parecchi mesi di anticipo, e quando arrivò mi disse che aveva un regalino per me. Era un ciondolino molto semplice, di metallo non prezioso. Quell’anno  scambiammo poche chiacchiere formali, anche se ero incuriosita da quella donna così riservata e dall’aria intelligente, di quelle che leggono tanti libri e sanno  tante cose, anche se magari  parlano meno di chi invece non sa nulla ma si riempie la bocca di aria fritta. Da piccola  ero molto timida, e anche se col tempo l’avevo superata, conservavo sempre una simpatia particolare per le persone riservate, con una sensibilità  profonda. Adriana continuò a venire ogni anno, e piano piano diventammo quasi amiche, anche se ci davamo sempre del lei, a volte ci scordavamo e passavamo al tu. Seppi che lavorava in una biblioteca, che era molto ligia al lavoro , al punto che i colleghi ne approfittavano per lasciarle i lavori più noiosi, e che non vedeva l’ora di andare in pensione per  godersi la vita. Era una donna molto precisa, calcolava tutto con molto anticipo. Si era occupata per anni della mamma malata e non aveva avuto il tempo di crearsi una famiglia. Nel luglio 2008 io avevo un pancione enorme, in quanto ero all’ultimo mese di gravidanza. Di quell’estate ho il ricordo di Adriana col suo costume intero, azzurro, che venne a salutarmi apposta nella piscina dell’albergo dove stavo sguazzando,  già in congedo di maternità. L’anno seguente  festeggiammo il primo compleanno di mio figlio e  mi permisi di invitarla. Arrivò con un palloncino a forma di delfino. La presentai alle mie zie , si sedette a chiacchierare con loro, sempre timorosa di disturbare o di essere fuori luogo. Ogni tanto la guardavo di sottecchi, mentre facevamo le foto al bimbo e scartavamo i regali. Mi piaceva vederla lì seduta: Adriana senza un figlio o una figlia e io senza la mia mamma,  che avrebbe avuto la sua età, se non fosse volata via troppo presto. Quando a fine luglio Adriana ripartì, le inviai tramite mail, le foto del compleanno. Non ci eravamo scambiate il numero del cellulare, timorose entrambe di entrare in un’intimità troppo difficile da gestire, più da parte sua che mia, ma che rispettavo assolutamente. Gli anni passavano e lei tornava sempre, ogni volta mi portava dei regali sempre più belli, sia per me che per mio figlio. Libri, profumi, dolci, giocattoli.  L’ultima estate che ci vedemmo fu quella del 2015. Il giorno della partenza avevo un pacco di cioccolatini sul banco, quei cioccolatini con la frase dentro che io adoro. Stava andando via e volevo lasciarle qualcosa di mio, la raggiunsi al taxi e le porsi il cioccolatino, le dissi poi di mandarmi la frase che le sarebbe uscita e le lasciai al volo il mio numero di cellulare. Adriana non tornò più in vacanza. L’anno dopo mi mandò un sms ad aprile, dicendomi che per degli accertamenti non sarebbe potuta venire e di non riservarle la camera come ogni anno. Non vi badai molto, ero presa da tante cose, che pochi minuti dopo me ne ero già scordata. A luglio mi mandò gli auguri per il compleanno di mio figlio e io la ringraziai chiedendole come stava. Rispose che si stava controllando. Ancora una volta andai avanti  e non pensai più a lei. A Ferragosto inviò gli auguri e io risposi sempre col solito sms.  Poi finì la stagione, l’albergo chiuse per la pausa invernale e io mi dedicai a tutte le faccende che restavano sospese durante l’estate. Un pomeriggio di novembre, ero seduta sul divano con mio figlio, che stava leggendo uno dei libri di fiabe che lei gli aveva regalato, e pensai finalmente a lei. Le mandai un sms chiedendole come stava e lei rispose che era in ospedale da un mese e mezzo per ulteriori accertamenti. Finalmente mi decisi a telefonarle. Aveva una voce diversa, sottile. Mi disse che si stava curando, che non si sapeva bene che problema avesse e che la voce le era scesa perché le avevano dovuto mettere dei tubi in gola. Ridendo mi disse che era dimagrita, che non aveva più quella pancetta che cercava sempre di nascondere sotto ai vestiti troppo larghi. Disse che magari se la cura funzionava quell’anno sarebbe tornata in hotel per le vacanze. Mi chiese di mio figlio. Mi disse di ringraziare tutto il personale dell’hotel, perché si era sempre sentita a casa e che ogni anno aspettava il mese di luglio per venire da noi, che si sentiva in famiglia. Aggiunse: “grazie soprattutto a te per la bella amicizia che mi hai sempre donato”. In quella telefonata ci siamo date del tu, entrambe. Le dissi che l’avrei chiamata ancora e lei rispose che non poteva stare al telefono perché c’era sempre troppa gente in reparto intorno a lei. La salutai. Ci pensai molto quella sera, avevo uno strano turbamento, poi venni nuovamente presa dalla quotidianità. Erano i primi di dicembre quando le scrissi un sms: “Ciao Adriana anche se non ti telefono ti penso sempre. Spero che guarisci presto. Ti voglio bene.” Un’ora dopo mi arriva la sua telefonata. Cioè sul telefono c’era scritto il suo nome, ma la voce dall’altro capo non era la sua. Adriana era volata via 5 giorni dopo la nostra telefonata. L’ospedale in cui stava facendo accertamenti era una clinica per malati terminali senza speranza. La voce era sottile perché il tumore aveva invaso anche le corde vocali ed era diventata pelle e ossa. Tutto ciò me lo raccontò un suo cugino con voce anche abbastanza indifferente. Adriana non aveva fratelli o sorelle. Aveva parecchie amiche, ma forse la sua famiglia eravamo noi. E io non mi ero accorta di niente. Avevo il suo numero di cellulare ma non le avevo fatto che una sola telefonata. Una sola. Cinque giorni prima della sua morte. Avrei dovuto chiamarla già dalla prima volta che mi disse che non sarebbe venuta. Che mi costava una telefonata? Ero troppo presa dalla mia vita per pensare a lei, per pensare a una persona riservata che non aveva chiesto mai nulla per sé stessa, se non una camera con un panorama mozzafiato, col mare azzurro come i suoi occhi. Quella sera  ho preso in mano il cellulare scorrendo i suoi messaggi.  Ne ritrovai uno commossa: “ Dal dì che vidi quella bianca mano ogni altro amor dal cor mi fè lontano. Jacopo Sannazzaro.” Era la frase del cioccolatino che le avevo chiesto di mandarmi  l’ultimo giorno che ci siamo viste.13256283_1258478820836636_4272554968979674849_n

L’AMORE NON E’ MAI GIUSTO

L’amore non è mai giusto. L’amore va per i cavoli suoi. Non può essere giusto lasciare una persona dopo anni e anni di matrimonio, dopo dei figli, eppure accade. Non può essere giusto sposare una persona conosciuta da pochi mesi, mentre sei stato magari fidanzato con qualcuno che ti ha adorato, per anni, e che ti ha dato tutto di sé. Eppure accade. Non è giusto l’amore. E’ come la morte. Accade. Anche se hai altri progetti, anche se non era il momento. Accade e tu devi accettarlo, non si può cambiare il flusso.1607053_573070849444054_1278417600_n

GIOIE A GRAPPOLI COME L’UVA

Tutto quell’odio che ci siamo portati dentro per anni, l’indifferenza con cui ci siamo alimentati, e su cui abbiamo basato la nostra sopravvivenza emotiva, sono svaniti con la tua scomparsa, lasciando soltanto amarezza, inquietudine, tristezza. Eppure lo sapevamo già che dopo sarebbe stato tutto diverso. Avevamo vissuto già lo stesso film, e credevamo che aver provato già tanto dolore ci rendesse immuni, come aver preso già una volta la varicella. Invece la grande beffa della vita è che ti può mettere al tappeto più di una volta, anche più di due volte. È tutto random. E’ tutto casuale. Devi solo avere un buon giubbotto antiproiettile. E resistere. Poi quando ti arrivano le gioie, arrivano come i grappoli d’uva, tanti acini tutti insieme, che non sai se mangiarli tutti o lasciarli lì, e ti viene rabbia perché  ci vorrebbe un10592662_10153459756502922_1111236748160451676_n po’ di ordine, una giusta frequenza e invece devi prendere tutto come viene, anno dopo anno, fino a quando gli anni cominciano a diventare talmente veloci che non riesci neanche più a contarli.