IL PADRE E’ UNA PIETRA

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Ognuno se lo porta dentro

il suo papà

il suo babbo
il suo papi.
Te lo porti dentro da vivo
e ancor più forte da morto.
Il padre è una pietra
nella nostra esistenza.
Pietra perché forte come
una roccia
o pietra perché resta lì
e non si toglie più
dai ricordi
belli o brutti.
Il volto di un padre
non ha lineamenti
è un volto unico
un quadro immobile.
Le parole di un padre
ci restano nelle orecchie
e ogni tanto le ripetiamo
con lo stesso suo tono.
A volte le richiamiamo noi
ma più spesso ci entrano
nella testa da sole
e non se ne vogliono andare.
Beati coloro che vedranno
il padre tornare bambino
nel tempo della vecchiaia
e avranno la possibilità
di fare da padre a un padre
per far chiudere un cerchio.
Il padre è una pietra
incastrata nel cammino
della nostra vita
per sempre.

LOREDANA E MASSIMO. Cap.3 – La motoretta

Quando vidi la ragazza sul letto, ebbi emozioni contrastanti. Da un lato me lo aspettavo, da un altro mi sembrò impossibile. Gli uomini erano tutti uguali? Perché avevo pensato che Massimo potesse essere diverso? Non mi aveva fatto alcuna promessa, né avevo avuto il tempo di metterlo alla prova o di pensare minimamente che fosse talmente preso da me, da cancellare qualsiasi altra donna dalla sua vita. Magari aveva anche una moglie a Roma e un’amante tra le commesse del negozio. Tornai in fretta nella mia camera. Nei film lui mi avrebbe rincorsa, nella realtà non lo fece. Iniziai a preparare le valigie, a dire il vero gettai tutto dentro alla rinfusa. Ero confusa, senza idee, senza desideri di nulla. Avrei preferito essere arrabbiata. Quando tutto fu pronto, mi misi a dormire e pensai a qualcosa di bello, come facevo sempre, per richiamare il sonno. Pensai a mia nonna, alle sue mani quando impastava per fare le ciambelle. Era sempre lo stesso ritmo, lei era sempre uguale, anche quando era preoccupata o nervosa, e impastava sempre, perché diceva che la rilassava. Mi ero già addormentata quando Massimo bussò alla porta. Mi alzai di scatto e gli aprii. Mi guardò e disse: “posso entrare”? Gli feci senno di ingresso con la mano. Si sedette sul letto. Io ero in piedi di fronte a lui. Mi prese le mani. Restammo così per qualche secondo, poi disse: “domani vorrei che facessimo lo stesso il viaggio insieme, anche se mi odi”. Gli chiesi se avesse fatto l’amore con lei, anche se era una domanda inutile. Infatti rispose di sì, ma che per lui era stato un addio. Mi apparve talmente patetico, perché era in effetti una risposta assurda, però avvertii che era sincero, anche se non avrebbe dovuto farlo. Poi ci riflettei. Perché non avrebbe dovuto farlo? Che legame c’era tra me e lui? Degli uomini ammiravo la capacità di prendersi il bello di ogni momento, di circuirlo, e viverlo pienamente, distaccato da tutto il resto intorno. Noi donne invece, sin da piccole, inseriamo ogni situazione nell’immenso quadro degli eventi della nostra vita. A ogni avvenimento attribuiamo significati profondi, che facciano parte di uno schema. Un momento era un momento, era un pezzo di vita che non sarebbe tornato più e che non ha necessariamente uno scopo o un senso.
Mi sedetti sulle sue gambe e lo abbracciai. Mi piaceva abbracciarlo, aveva un buon odore di doccia appena fatta. Mi baciò e cascammo sul letto. Lo so che state pensando. Era stato con lei e adesso era abbracciato con me a letto. Per tutta la vita ero stata una ragazza assennata, sempre promossa a scuola, sempre ubbidiente, sempre nelle righe del quaderno della vita, senza mai uscirne fuori. Laureata a 24 anni, fidanzata per 3 anni, poi il matrimonio, il lavoro. Adesso sarebbe stato normale programmare un figlio, dopo qualche anno il secondo, e così via. Invece quella sera uscii fuori dalle righe del mio quaderno. La penna andò per i fatti suoi e non volle ascoltare più la mia testa. Feci l’amore con Massimo con passione e intensità, senza pensare al perché e senza inserire questo avvenimento in un possibile quadro orientativo della mia vita, né in possibili scenari romantici in cui potevamo essere protagonisti. Mi sentivo felice per me stessa. Perché avevo avuto due orgasmi e forse non era mai successo. Il mattino dopo facemmo colazione insieme, andammo al porto con una di quelle motorette tipiche dell’isola, tutte colorate e traballanti, ma tanto ischitane. Non parlammo della sera precedente. Non analizzammo la situazione, ma guardavamo il panorama, splendido, azzurro, verde, che parlava al posto nostro. Dalla nave salutammo l’isola, che diventava sempre più piccola e ci sedemmo dentro, sui divanetti. C’erano molti ischitani sul traghetto. A un certo punto arrivò una signora, che si sedette di fronte a noi, vicino a una sua conoscente, e disse nel dialetto dell’isola, che non la baciava perchè alla televisione avevano detto che era meglio non darsi la mano e non abbracciarsi, in questo periodo di emergenza virus. Massimo sorrise e mi guardò. Gli chiesi se fosse preoccupato e lui rispose di no, che sarebbe certamente stata come tutte le influenze degli anni scorsi e tra un poco, nessuno ne avrebbe più parlato.
Dal porto alla stazione prendemmo un taxi normale e ci mancò la motoretta che avevamo preso a Ischia. L’isola era già un posto così lontano che provai una fitta di malinconia. Dal taxi guardai il traffico di Napoli, il Maschio Angioino, e desiderai fare una passeggiata con Massimo per Piazza Plebiscito o per Spaccanapoli. Glielo dissi. Lui rispose: “ci torneremo”. Lo guardai come una bambina guarda il suo papà quando dice che le avrebbe comperato quel giocattolo, un giorno. Sapevo che non ci saremmo tornati, ma fu bello pensarlo in quel momento. Il viaggio in treno fu come un sogno sospeso e bello. Massimo parlò tanto e non mi stancavo di ascoltarlo. Modulava le parole in modo così equilibrato, che mi carezzavano le orecchie e la testa, senza fastidio. Napoli – Roma. Durò pochissimo, poi lui scese dal treno e mi lasciò sola. Mi diede un bacio lunghissimo e non dicemmo proprio niente. Il resto del viaggio fui triste. Scrissi alle mie sorelle, scrissi a mio marito, ma ero confusa. Arrivai a Milano che era già sera e trovai mio marito che mi aspettava alla stazione.

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CI SIAMO STANCATI

Ci siamo stancati di cantare e di dirci che andrà tutto bene. Meglio una lucida consapevolezza, che ci faccia comprendere il perché sarà più difficile uscirne fuori.
Perché noi siamo saliti sul Titanic senza accorgerci che non c’erano tutte le scialuppe di salvataggio. Lo ricordate il film? Che poi è una storia vera. Non costruirono le scialuppe perché rovinavano l’effetto estetico e costavano troppo. Perché adesso l’Italia non avrà aiuti economici per il disastro economico che andremo a vivere? Perché le famiglie non avranno di diritto gli aiuti economici che serviranno per arrivare sereni a fine mese? Perché non ci sono i posti letto in ospedale ? Perché si stanno ammalando medici e infermieri più di tutti? Perché mancano mascherine, mancano protezioni per farli lavorare in sicurezza. Tagli alla sanità. I giovani più promettenti all’università invece di essere premiati con ingenti borse di studio, venivano quasi presi in giro, perché tanto in Italia non serve a niente studiare. Tagli all’istruzione. I professori trattati come bidelli, dopo anni e anni di studio, con stipendi non all’altezza del loro compito.
In tv solo cazzate: Grande Fratello, Barbara D’Urso, per tenerci con gli occhi e il cervello bendati. Adesso i politici vengono osannati come sex symbol, ma in realtà ciò che loro stanno facendo, sono manovre politiche, perché i nostri diritti di cittadini che abbiamo sempre pagato le tasse, non ci sono. Vi rendete conto in Italia chi ha la partita iva quanto paga di tasse? Adesso, in questa emergenza in cui nessuno può lavorare, quelle tasse servirebbero per far vivere le famiglie , non quelle quattro briciole che vogliono darci.
Apriamo gli occhi. Cantiamo le canzoni al balcone, conserviamo la voglia di vivere e di farcela, ma apriamo gli occhi. La consapevolezza fa paura al primo acchito, ma poi dona la libertà. Riprendiamoci in mano la nostra Italia, perché ce ne siamo sempre disinteressati della politica, la abbiamo usata per fare le barzellette , abbiamo fatto diventare i politici dei personaggi televisivi, da odiare, da sfottere, ma mentre noi ridevamo, loro complottavano. Adesso dobbiamo restare in casa e fare ciò che ci dicono, perché è la cosa giusta da fare, ma poi, quando torneremo a votare, facciamolo con coscienza. Informiamoci. Quando sentite un ragazzo di 25 anni che dice: “a me la politica non interessa”, preoccupatevi. Se un ragazzo non ha voglia di fare politica è perché è stato ipnotizzato che la felicità sta nei vestiti firmati e negli aperitivi. Sono gli stessi genitori che nei loro discorsi a casa dicono: non ho voglia di fare niente, vorrei solo andare in palestra, fare aperitivi e viaggiare. La vita non è questa. La vita è costruire qualcosa di bello: una nuova azienda, una famiglia, una città pulita e a misura d’uomo e del cittadino, dove tutti possano stare bene. La vita felice non è chiudersi in un locale a bere aperitivi per sballare il cervello. Se fate una domanda qui su fb a qualcuno: “Cosa farai quando tutto ciò sarà finito?” Rispondono che vogliono andare a bere per tutta la notte con gli amici. Invece la risposta giusta sarebbe: “voglio costruire un mondo migliore, partendo da me, dalla mia famiglia, dai miei colleghi, dalla mia azienda, dalla mia regione”.

– Miriam Messina

LOREDANA E MASSIMO capitolo 2 – Il rucolino

Massimo alla fine della cena ordinò il rucolino, un liquore tipico ischitano , preparato con la rucola e che si serve ghiacciato, in bicchiere ghiacciato. L’avevo sentito nominare ma non l’avevo mai assaggiato e mi piacque molto. Fu naturale alzarci insieme dal tavolo e dirigerci verso l’ascensore che ci avrebbe portato alle nostre camere. Eravamo sullo stesso piano. Io mi sentivo stordita per il vino e per il rucolino, ma anche perché ero stanca dopo la giornata di lavoro e dopo la passeggiata sulla spiaggia, sognavo soltanto di sdraiarmi sul letto e dormire.
Evidentemente per Massimo non era così, perché quando arrivammo davanti alla porta della mia camera, senza neanche darmi il tempo di pensare a una frase adatta per salutarlo, mi baciò appassionatamente sulla bocca, spingendomi con decisione contro la porta. Mille pensieri si affollarono nella mia testa. E se fosse stato uno stupratore? In fondo che sapevo di lui? Ero stata troppo leggera ad accettare di cenare con lui? Il bacio era profondo ma non provai nessuna eccitazione particolare, pensavo soltanto che era un perfetto estraneo e io ero una stupida che non riuscivo a gestire queste situazioni senza che mi sfuggissero di mano. Lo allontanai bruscamente ed entrai in camera senza salutarlo e senza dargli la possibilità di entrare, perché richiusi subito velocemente la porta. Mi era passata sia la stanchezza, sia l’ebbrezza per i liquori. Ero soltanto molto arrabbiata con me stessa. Sin da piccola, ogni situazione nuova che mi trovavo a vivere, la analizzavo minuziosamente per capire se mi fossi comportata nel modo giusto. Quell’isola però, con la sua aria di mare, mi stordiva, mi faceva perdere la cognizione della realtà.
Mi spogliai e mi misi a letto. Accesi la tv e ancora parlavano di quel virus cinese, e un esperto virologo spiegava che bastava poco che sarebbe arrivato anche da noi.
Mi assalì un’ondata di ansia che mi passò subito. Ero diventata così brava a dominare le mie paure che qualsiasi turbamento non mi sconvolgeva più di tanto e riuscivo sempre a ritrovare la serenità con dei pensieri che mi rassicuravano.
Dormii tutta la notte e il pensiero di Massimo non mi venne a trovare neanche una volta. Appena sveglia guardai il cellulare, mandai un messaggino a mio marito e mi infilai sotto alla doccia. Quando scesi in sala per la colazione, dai vetri lo splendore del mare mi abbagliò e mi fece sentire uno sprazzo di felicità interna.
Ordinai un cappuccino e una sfogliatella e me li gustai guardando il mare. Quando Massimo si sedette nuovamente al mio tavolo, come la sera precedente, mi ero talmente scordata di lui, che sussultai. “Loredana sei una donna particolare. Sei a Ischia da sola, hai la possibilità di passare la notte con un uomo come me, e ti chiudi in camera come se avessi paura. Non so cosa insegni ai corsi che tieni, ma di certo non sai vivere, perché occasioni come questa non capitano tutti i giorni”.
Lo guardai e sorrisi, perché non si capiva se era serio o scherzasse. In effetti era davvero molto bello. Alla luce del giorno la sua pelle era dorata e morbida, le labbra con un disegno molto particolare e lo sguardo talmente intenso che avevo l’impressione che dentro ci fossero centinaia di discorsi.
“Massimo tu sei un uomo molto affascinante, ma molto presuntuoso”. Senza dire altro mi diressi nella sala conferenze dove mi aspettava il direttore dell’hotel con il suo staff, per cominciare la nostra mattinata di lavoro.
Il pomeriggio andai in taxi a Forio a fare un po di shopping e la sera mi fermai lì in un ristorante che preparava delle pizze buonissime. Non pensai a Massimo, ma neanche a mio marito. Quella sera non mi mancava nessuno, neanche le mie amiche. Stavo bene da sola. Ero contenta che il lavoro stesse procedendo bene e che riuscivo a ottenere ottimi risultati. Non so se a voi sia mai capitato, ma questi momenti nella vita di noi donne sono rarissimi. Abbiamo sempre qualche mancanza con cui fare i conti, sempre qualche ansia che ci blocca, sempre lo stress che ci attanaglia. Invece dopo tanti anni, io finalmente mi sentivo serena con me stessa, non dovevo rincorrere nulla o nessuno, perché dipendevo totalmente da me stessa. Gustai la mia pizza margherita e bevvi una birra. Mi concessi anche una crepe alla nutella, me la meritavo. Quando tornai in hotel, decisi di fare il bagno in vasca, che mi mancava perché a casa avevo solo la doccia. Mi rilassai con gli occhi chiusi e a un certo punto ripensai al bacio con Massimo. Da quanto tempo non venivo baciata in quel modo? Con forza, con decisione, con passione. Soprattutto quando mai avevo trovato delle labbra così morbide e carnose? Gli uomini le avevano sempre sottili e secche, aride. Il bacio per me era stato quasi sempre più importante dell’amplesso. Dico quasi, perché quando poi trovi l’uomo con cui c’è sintonia, è tutto talmente collegato che non puoi distinguere i vari momenti. Massimo aveva anche un bel corpo, perlomeno vestito con gli abiti invernali appariva attraente. Senza accorgermene cominciai a chiedermi come fosse sotto ai vestiti. Per fortuna mi ripresi da quei sogni così scontati. Insomma stavo facendo la fine di quelle donnette che pare non abbiano mai visto un uomo. Mio marito era bello ed era anche una brava persona, che non meritava tali pensieri alle sue spalle. Mi addormentai delusa da me stessa. Sognai Massimo. Eravamo nudi nella vasca da bagno. Mi risvegliai nervosa e senza voglia di affrontare la giornata. Eppure non era tardi, era appena l’alba. Indossai dei jeans e un pullover, afferrai il giubbotto e scesi sulla spiaggia a guardare l’aurora. Se fosse stato un film avrei trovato anche Massimo, ma non era un film, per cui dopo un poco entrai a fare colazione e Massimo era seduto al tavolo con la ragazza bionda. Provai una fitta di fastidio. Ero convinta che dopo il litigio si fossero lasciati e invece erano ancora insieme. Feci colazione in fretta e andai in camera per indossare il tailleur da lavoro. Trascorsero altri giorni e non vidi più Massimo. Il pomeriggio prima della mia partenza ricevetti un messaggio sul cellulare da un numero sconosciuto. “Sono io, con gran fatica ho trovato il tuo numero. Ripenso sempre a quel bacio. Vorrei rivederti almeno per un saluto, domani lascio l’isola”. Gli risposi subito: ” Va bene, stasera ceniamo insieme, ti aspetto al mio tavolo”.
Trascorremmo tutto il tempo della cena a parlare e ridere. Viveva a Roma, era il titolare di un negozio di abbigliamento femminile vicino Piazza di Spagna. Io invece vivevo a Milano. Mi sembrò che la mia città fosse lontana anni luce dalla sua. Dopo cena prendemmo ancora il rucolino e decidemmo di acquistarne una bottiglia l’indomani prima di partire. Decidemmo di prendere lo stesso treno, cioè Massimo decise di acquistare un nuovo biglietto per fare il viaggio con me, perché il suo era di un’altra compagnia ferroviaria. Non gli chiesi della sua ragazza di Ischia. Non so come spiegarvi, ma eravamo talmente complici nei discorsi, che non ebbi neanche il tempo di pensare che lui potesse mai essere innamorato di lei. Salimmo in ascensore. Ci baciammo davanti alla mia porta. Un bacio lunghissimo, eccitante. Pensai a mio marito, non lo avevo mai tradito, ci tenevo al mio matrimonio. Mi allontanai e dissi sottovoce “buonanotte”. Lui non disse nulla, mi guardò e basta. Entrai in camera, mi sedetti sul letto e guardai la tv, che si era accesa in automatico inserendo la scheda elettronica. Ero immobile a ripensare a quel bacio. Ero confusa. Mi dissi che avevo fatto bene e andai in bagno a struccarmi. Dalla tv arrivò una edizione straordinaria del tg. In Italia i primi casi di coronavirus. Dal giorno dopo ci sarebbero stati nuovi provvedimenti. Presi il cellulare e trovai messaggi di mio marito, delle mie sorelle, delle mie amiche, tutti preoccupati per questa situazione. Io mi guardai allo specchio e mi chiesi se fossi preoccupata. Ebbi un brivido di presentimento di ciò che sarebbe potuto accadere. Fu un attimo. Uscii dalla camera e andai a bussare alla porta di Massimo. Quando aprì restò stupito che fossi io. Lo abbracciai di colpo, poi alzai gli occhi e vidi la ragazza bionda sdraiata sul letto.

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LOREDANA E MASSIMO cap.1 – La spiaggia dei Maronti

La prima volta che vidi Massimo non c’era neanche un elemento che ci fosse di aiuto per una eventuale storia. Dicono che si incontri la persona giusta, quando tutte le circostanze e gli eventi sono concatenati perché l’amore possa manifestarsi, invece nel nostro caso, fu diverso, molto diverso.
Quell’anno in cui lo incontrai, ero sposata, non felicemente, ma neanche tristemente. Avevo un nuovo lavoro, da poche settimane, un lavoro piuttosto impegnativo, come consulente aziendale. Quell’anno, nessuno di noi italiani, lo dimenticherà tanto facilmente, perché fu l’anno terribile della pandemia che si diffuse dalla Cina.
Incontrai Massimo a Ischia, dove ero stata chiamata da un albergatore, per una consulenza contabile. Era febbraio, l’hotel era molto raffinato ed elegante, si trovava nella zona della spiaggia dei Maronti, che in quel periodo dell’anno è affascinante come può esserlo soltanto il mare d’inverno. La mattina tenevo le mie consulenze all’albergatore e al suo staff, mentre il pomeriggio andavo a passeggiare sulla spiaggia, dove lo vidi per la prima volta . Era con una ragazza molto bella, che notai subito perché somigliava alla mia migliore amica dei tempi della scuola: alta, bionda, sottile, elegante. Massimo le cingeva le spalle e le parlava all’orecchio. Io passeggiavo e in quel momento mi squillò il telefono. Era mio marito, che aveva voglia di chiacchierare, mentre io no, perché avevo già parlato tutta la mattina al lavoro. Era la mia prima esperienza da consulente, ed ero molto tesa. Chiusi così parecchio in fretta la telefonata.
Massimo si voltò e mi guardò. La spiaggia era deserta, c’eravamo solo noi tre. Aveva uno sguardo talmente invadente, che mi chiusi meglio il cappotto d’istinto, perché avevo l’impressione che sentisse ciò che pensavo. Proseguii la passeggiata e tornai in albergo. Entrai in camera e mi feci una doccia, mentre in sottofondo c’era la canzone che aveva vinto l’ultimo festival di Sanremo. Avevo acceso la tv prima di entrare in bagno , sintonizzandola su un canale musicale.
Infilai l’accappatoio e mi guardai allo specchio. Ero sempre bellissima, più il tempo passava e più mi trovavo bella.
Mi stesi sul letto e cambiai canale. Il tg parlava del virus, che forse sarebbe arrivato anche in Italia, ma ero già distratta pensando al lavoro. Il giorno dopo mi aspettava una giornata pesante, perché avremmo dovuto analizzare i registri contabili.
Indossai un vestito leggero, la temperatura a Ischia era mite, sui 15 gradi, e l’hotel era ben riscaldato. Scesi in sala ristorante per la cena. Avevo organizzato tutto direttamente in hotel, perché non avevo voglia di girare l’isola da sola per trovare un ristorante. In sala eravamo una decina di persone. Pensai a come dovesse essere vivere su un’isola, in inverno, con pochi turisti e il mare come una proprietà privata.
Mentre ci pensavo, lo vidi seduto a uno dei tavoli, da solo. Mi sorrise da lontano. Pensai che era proprio sfacciato e mi sedetti al mio tavolo. Neanche il tempo che mi portassero il primo, si era già presentato e accomodato accanto a me . Disse che era triste mangiare da soli, così cenammo insieme. Appena si sedette, pensai a tutte le mie amiche che si lamentavano di come fosse difficile incontrare un uomo interessante, mentre io ne incontravo senza fare mai il minimo sforzo. Era bello Massimo, ma non ci feci caso più di tanto, perché la mia testa era distratta e lo guardavo come un uomo che non potesse essere mio, perché ero sposata, e lui era con quella splendida ragazza bionda. Quella sera bevvi molto vino bianco, frizzante, mentre lui parlava. Mi piacevano gli uomini che parlavano tanto, e mi raccontò che era a Ischia per la sua ragazza, che viveva lì, ma che quella sera avevano litigato e lei lo aveva lasciato solo in hotel. A un certo punto non ascoltavo più ciò che diceva, guardavo solo le labbra che si muovevano. Erano labbra magnifiche, da bacio.

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AMICA GENIALE

Ada si presenta sfacciata e sicura a casa di Lila, le dice che è l’amante del marito, la sbeffeggia, le urla che non sa cucinare e che non sa rifare il letto, né pulire la casa. Lila resta impassibile, perché già sa tutto. La lascia sbraitare e le offre una camomilla per farla calmare. Ada si offende, afferma di non aver bisogno di camomilla e va via infuriata.
Ada in quel momento si sente forte, crede davvero che Stefano la ami, per il semplice fatto che lei lo tratta con dolcezza e Lila no. Ada crede che siccome è una brava massaia, che cucina, che pulisce la casa, Stefano la amerà di più e la rispetterà. Invece Stefano la picchia, quando gli dice che è andata a parlare dalla moglie, perché un uomo che picchia le donne, le picchia sempre, sia che se lo meritino, sia che non se lo meritino.
Ada torna a casa di Lila col viso gonfio di lividi, le due donne si guardano negli occhi e in quello sguardo ci sono tante parole. Ada chiede la camomilla che prima aveva rifiutato.
Ada si mette a riordinare la casa, si mette a pulire, e dice a Lila che se lei deve leggere e scrivere, può farlo, che della casa si occuperà lei.
Questa situazione paradossale descritta dalla Ferrante, fa riflettere parecchio sul ruolo della donna.
Lila si rivela una brava madre, gioca col bambino, lo tratta con tenerezza, lo aiuta a sviluppare le sue capacità cognitive, ma si rifiuta di occuparsi della casa, e se cucina, è soltanto perché hanno fame il figlio o lei, non lo fa per il marito.
Ada invece rinuncia alla sua dignità, perché sa che oltre a fare la donna di casa, non sa fare altro. Riconosce valore a Lila, in quanto capace di leggere, di pensare, di opporsi a quel mondo.
Si umilia a Lila, pur di prendersi quell’uomo vile, che la picchia, pur di vivere in quella casa nuova, e pur di far da serva, perché è solo la serva che riesce a fare.
Lila invece se ne va, con dignità, prende il suo bambino e va a vivere con Enzo Scanno, un uomo umile, ma che la rispetta e le vuol bene. Va a lavorare in un macello, tra budella e sangue di maiali, pur di conservare la sua integrità morale.
La sera lei ed Enzo studiano insieme, con la stanchezza della giornata di lavoro addosso, ma felici. Enzo la rispetta, anche se lei non è ancora pronta a fare l’amore con lui, forse perché ancora delusa da Nino o forse ancora traumatizzata dalla violenza del marito o forse per tutte e due le cose. Enzo aspetta e non la forza. Questo è l’amore, Lila lo riconosce e si lascia amare, anche se non ricambia, per offrire una famiglia serena al suo bambino, senza le urla e le botte di quel marito che ha lasciato senza alcun rimpianto, ad Ada.

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