LA CAMERA VISTA MARE

La prima volta che vidi Adriana mi colpì subito, perché a differenza degli altri clienti dell’albergo, che entravano con aria frettolosa, desiderosi di ricevere le chiavi della loro camera, lei se ne restò ferma sulla soglia, per capire se avvicinarsi o meno. Eppure il suo aspetto era studiato apposta per non attirare l’attenzione: capelli castani, né troppo lunghi, né troppo corti, occhiali con montatura antica, abiti ordinati ma non appariscenti. Aveva chiesto una camera con vista sul mare, ma pareva quasi vergognarsi di desiderare un lusso così effimero come un panorama, lei che era fondamentalmente una donna pratica.  Io lavoravo in quell’albergo come receptionist, e il primo anno che vi soggiornò Adriana, ci scambiammo pochissime parole. L’anno seguente riprenotò la stessa camera, con parecchi mesi di anticipo, e quando arrivò mi disse che aveva un regalino per me. Era un ciondolino molto semplice, di metallo non prezioso. Quell’anno  scambiammo poche chiacchiere formali, anche se ero incuriosita da quella donna così riservata e dall’aria intelligente, di quelle che leggono tanti libri e sanno  tante cose, anche se magari  parlano meno di chi invece non sa nulla ma si riempie la bocca di aria fritta. Da piccola  ero molto timida, e anche se col tempo l’avevo superata, conservavo sempre una simpatia particolare per le persone riservate, con una sensibilità  profonda. Adriana continuò a venire ogni anno, e piano piano diventammo quasi amiche, anche se ci davamo sempre del lei, a volte ci scordavamo e passavamo al tu. Seppi che lavorava in una biblioteca, che era molto ligia al lavoro , al punto che i colleghi ne approfittavano per lasciarle i lavori più noiosi, e che non vedeva l’ora di andare in pensione per  godersi la vita. Era una donna molto precisa, calcolava tutto con molto anticipo. Si era occupata per anni della mamma malata e non aveva avuto il tempo di crearsi una famiglia. Nel luglio 2008 io avevo un pancione enorme, in quanto ero all’ultimo mese di gravidanza. Di quell’estate ho il ricordo di Adriana col suo costume intero, azzurro, che venne a salutarmi apposta nella piscina dell’albergo dove stavo sguazzando,  già in congedo di maternità. L’anno seguente  festeggiammo il primo compleanno di mio figlio e  mi permisi di invitarla. Arrivò con un palloncino a forma di delfino. La presentai alle mie zie , si sedette a chiacchierare con loro, sempre timorosa di disturbare o di essere fuori luogo. Ogni tanto la guardavo di sottecchi, mentre facevamo le foto al bimbo e scartavamo i regali. Mi piaceva vederla lì seduta: Adriana senza un figlio o una figlia e io senza la mia mamma,  che avrebbe avuto la sua età, se non fosse volata via troppo presto. Quando a fine luglio Adriana ripartì, le inviai tramite mail, le foto del compleanno. Non ci eravamo scambiate il numero del cellulare, timorose entrambe di entrare in un’intimità troppo difficile da gestire, più da parte sua che mia, ma che rispettavo assolutamente. Gli anni passavano e lei tornava sempre, ogni volta mi portava dei regali sempre più belli, sia per me che per mio figlio. Libri, profumi, dolci, giocattoli.  L’ultima estate che ci vedemmo fu quella del 2015. Il giorno della partenza avevo un pacco di cioccolatini sul banco, quei cioccolatini con la frase dentro che io adoro. Stava andando via e volevo lasciarle qualcosa di mio, la raggiunsi al taxi e le porsi il cioccolatino, le dissi poi di mandarmi la frase che le sarebbe uscita e le lasciai al volo il mio numero di cellulare. Adriana non tornò più in vacanza. L’anno dopo mi mandò un sms ad aprile, dicendomi che per degli accertamenti non sarebbe potuta venire e di non riservarle la camera come ogni anno. Non vi badai molto, ero presa da tante cose, che pochi minuti dopo me ne ero già scordata. A luglio mi mandò gli auguri per il compleanno di mio figlio e io la ringraziai chiedendole come stava. Rispose che si stava controllando. Ancora una volta andai avanti  e non pensai più a lei. A Ferragosto inviò gli auguri e io risposi sempre col solito sms.  Poi finì la stagione, l’albergo chiuse per la pausa invernale e io mi dedicai a tutte le faccende che restavano sospese durante l’estate. Un pomeriggio di novembre, ero seduta sul divano con mio figlio, che stava leggendo uno dei libri di fiabe che lei gli aveva regalato, e pensai finalmente a lei. Le mandai un sms chiedendole come stava e lei rispose che era in ospedale da un mese e mezzo per ulteriori accertamenti. Finalmente mi decisi a telefonarle. Aveva una voce diversa, sottile. Mi disse che si stava curando, che non si sapeva bene che problema avesse e che la voce le era scesa perché le avevano dovuto mettere dei tubi in gola. Ridendo mi disse che era dimagrita, che non aveva più quella pancetta che cercava sempre di nascondere sotto ai vestiti troppo larghi. Disse che magari se la cura funzionava quell’anno sarebbe tornata in hotel per le vacanze. Mi chiese di mio figlio. Mi disse di ringraziare tutto il personale dell’hotel, perché si era sempre sentita a casa e che ogni anno aspettava il mese di luglio per venire da noi, che si sentiva in famiglia. Aggiunse: “grazie soprattutto a te per la bella amicizia che mi hai sempre donato”. In quella telefonata ci siamo date del tu, entrambe. Le dissi che l’avrei chiamata ancora e lei rispose che non poteva stare al telefono perché c’era sempre troppa gente in reparto intorno a lei. La salutai. Ci pensai molto quella sera, avevo uno strano turbamento, poi venni nuovamente presa dalla quotidianità. Erano i primi di dicembre quando le scrissi un sms: “Ciao Adriana anche se non ti telefono ti penso sempre. Spero che guarisci presto. Ti voglio bene.” Un’ora dopo mi arriva la sua telefonata. Cioè sul telefono c’era scritto il suo nome, ma la voce dall’altro capo non era la sua. Adriana era volata via 5 giorni dopo la nostra telefonata. L’ospedale in cui stava facendo accertamenti era una clinica per malati terminali senza speranza. La voce era sottile perché il tumore aveva invaso anche le corde vocali ed era diventata pelle e ossa. Tutto ciò me lo raccontò un suo cugino con voce anche abbastanza indifferente. Adriana non aveva fratelli o sorelle. Aveva parecchie amiche, ma forse la sua famiglia eravamo noi. E io non mi ero accorta di niente. Avevo il suo numero di cellulare ma non le avevo fatto che una sola telefonata. Una sola. Cinque giorni prima della sua morte. Avrei dovuto chiamarla già dalla prima volta che mi disse che non sarebbe venuta. Che mi costava una telefonata? Ero troppo presa dalla mia vita per pensare a lei, per pensare a una persona riservata che non aveva chiesto mai nulla per sé stessa, se non una camera con un panorama mozzafiato, col mare azzurro come i suoi occhi. Quella sera  ho preso in mano il cellulare scorrendo i suoi messaggi.  Ne ritrovai uno commossa: “ Dal dì che vidi quella bianca mano ogni altro amor dal cor mi fè lontano. Jacopo Sannazzaro.” Era la frase del cioccolatino che le avevo chiesto di mandarmi  l’ultimo giorno che ci siamo viste.13256283_1258478820836636_4272554968979674849_n

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