LA FATA TURCHINA

La gente che passa in quella via ha l’impressione di vederli ancora abbracciati così, stretti come se il mondo dovesse finire da un momento all’altro. Chi invece non li ha mai conosciuti, sente un brivido, un solletico leggero, al solo camminare per le stesse strade dove solevano darsi i loro appuntamenti pomeridiani. Come posso raccontare questa storia, se in realtà non v’è né un inizio e né una fine? E’ solo un frammento, uno squarcio di esistenza vissuta, anzi stravissuta, come i fuochi d’artificio in una festa di paese, così spettacolari, che li senti nella pancia, e ti cadono le pagliuzze iridescenti sulla faccia e in quei momenti  ritorni bambino, con quella felicità mista di paura birichina.

Fu una storia che fece sognare tutti noi, perché dapprima li conoscemmo separatamente, ed erano dei ragazzi normali, più belli di noi e più intelligenti forse, di modi garbati e col sorriso sulle labbra. Dal momento in cui le loro vite si intrecciarono però, divennero un’entità nuova, erano qualcosa che non si può spiegare con le parole. La luce che irradiava dai loro occhi, il calore delle loro mani, se solo ti stringevano la mano per salutarti, era qualcosa che ancora adesso non riusciamo a spiegarci. Non abbiamo mai saputo di che cosa parlassero tra di loro, sapevamo soltanto che potevano restare anche un’ora abbracciati, sul fianco della vecchia automobile, attaccati come gemelli siamesi, come se scostarsi anche di un solo centimetro, provocasse loro sofferenza.  Soltanto dopo anni scoprimmo che lui soffriva di perdite di memoria improvvise, e dimenticava tutto, di sé stesso e di lei, che con pazienza e amore gli raccontava ogni giorno la sua storia, di come era da bambino, di quali fossero i suoi giochi preferiti, di come si fossero conosciuti e di quali fossero i loro sogni. Ogni volta lei doveva cominciare daccapo, e non si stancava mai, perché parlando a lui, lei era felice, gli ricuciva la sua vita parola per parola addosso, senza rammendi, come fosse sempre nuova e lui, ogni volta, si riinnamorava di lei, della sua voce, dei suoi occhi, delle sue mani bianche che gli carezzavano il viso. La meravigliosa bambina che nacque dal loro amore fu come una rosa di primavera nella loro esistenza. Dolce e bella, sorrideva sempre e anche lei, insieme alla mamma, raccontava daccapo la loro storia al suo papà ogni giorno. Eppure per quanto quei due amassero la loro bambina, per quanto la coccolassero e la adorassero, la magia che scorgevamo quando si parlavano loro due da soli, quando lei gli sfiorava la guancia e quando lui la abbracciava e le teneva la mano, noi non la scorderemo mai.12122720_801701046606635_4593142932448173688_n  Noi eravamo la gente, loro erano l’amore, la verità che non può cambiare.  Lei negli anni restò sempre uguale, mai una ruga scalfì il suo viso o un filo di grasso tolse eleganza al suo girovita. Lui divenne uomo ma aveva sempre l’aspetto di un ragazzo. Ci accorgevamo degli anni che passavano per loro, soltanto perché la bambina cresceva, altrimenti per noi loro erano sempre i ragazzi degli abbracci lunghi. Quegli abbracci lunghi e immobili. Io passo ancora adesso tutte le mattine per quella stradina e sento ancora la voce dolce di lei che gli dice: “tu sei un ragazzo fantastico, ami la natura e il pane nero con la marmellata di albicocche, ci siamo conosciuti il 10 maggio sulla collina dei ciliegi e tu mi dicesti che sembravo la fatina di Pinocchio, perché avevo un vestito azzurro e io ti ho risposto che quella si chiama “Fata Turchina”.

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